Saramago
è in Italia in occasione della messa
in scena de “La seconda vita di
San Francesco D’Assisi”, un suo
testo del 1987, pubblicato in Italia
prima nella collana Ricordi Teatro
e poi, per Einaudi, nella raccolta
completa dei suoi scritti teatrali.
Premio Nobel nel 1998, lo incontriamo
nel suo albergo in piazza della
Minerva a Roma per parlare con lui
di questo interessante testo “religioso”.
Josè Saramago, lei, secondo quello
che dicono le sue biografie, è comunista,
e comunque sicuramente laico.
Quali
sono i suoi legami con un pensiero
religioso che necessariamente la
figura di San Francesco esprime?
J.S.-
Prima di tutto quest’opera teatrale
non tratta della seconda vita di
san Francesco d’Assisi, ma si chiama
“La seconda vita di Francesco d’Assisi”,
e ciò dimostra che sono interessato
più alla vita dell’uomo in quanto
tale che non alla sua santità.
È
vero che può sembrare contraddittorio
che una persona come me, le cui
opinioni politiche, ideologiche
e filosofiche sono tanto lontane
dalla trascendenza – che sia questa
di matrice cristiana o altro – si
possa interessare come scrittore
e uomo a questi temi, ma io non
lo ritengo tale.
La religione e la trascendenza sono
temi con i quali hanno a che fare
tutte le persone, non sono riservati
solo ad alcuni, e dunque io come
scrittore, occupandomi della vita
delle persone, mi occupo a mia volta
di questi temi che hanno a che fare
con la dimensione del trascendente.
D’altra
parte, per quanto i miei rapporti
con la religione siano, come dire,
di osservatore non credente, non
posso negare di avere una mentalità
cristiana, non certo animista, né
islamista, né buddista, né quella
di nessun’altra religione.
Mentalmente
io sono un cristiano, la mia è una
mentalità cristiana, e dunque a
questo titolo credo di potermi e
dovermi occupare,come scrittore,
di temi che apparentemente non dovrebbero
riguardarmi ma che, dal punto di
vista in cui di volta in volta mi
pongo, sono tanto miei quanto di
Giovanni Paolo II. I.-
Mi sembra che questo accento
che lei pone sulla umanità di San
Francesco, metta la religione in
una luce diversa, non tanto forse
come espressione di fede, ma di
impegno nel mondo e nella vita.
È questo ciò che lei coglie nella
figura di Francesco?
J.S.- Sicuramente i tempi sono cambiati
e questo è innegabile, però allo
stesso tempo e sicuramente in questo
caso, esistono delle continuità.
La
chiesa di oggi, che non ha alcuna
similitudine con la chiesa dei tempi
della sua fondazione né tanto meno
con quella dei tempi di San Francesco,
usa le parole e l’immagine di questo
personaggio come elemento legittimante
della propria attuale posizione,
e questo è un aspetto che, tra presente
e passato, può servire a capire
meglio il presente.
La
storia, la visione del passato offrono
un’interpretazione della storia
di oggi. Credo che questo sia uno
dei temi fondamentali della sua
scrittura. Cecità è forse
un libro scritto in una dimensione
presente, ma sembra essere un presente
senza tempo, mentre quasi sempre
i suoi libri usano un tempo passato,
anche se quasi come una chiave di
interpretazione per leggere il presente.
Come
si pone di fronte all’idea della
Storia e della forma del romanzo
storico?
J.S.-
C’è un equivoco sull’idea del romanzo
storico, su cosa sia, e in che modo
si occupi di un presente o invece
di un passato più o meno lontano
da noi. Marguerite Yourcenar, scrivendo
le sue Memorie di Adriano,
non ha certo scritto un romanzo
storico, ma un romanzo che in qualche
modo parla del presente. C’è un
modo di scrivere che sta al di là
della contingenza. Per esempio nel
caso di Kafka, il quale non parla
di Praga, non parla della città
e della gente che ci vive, come
ad esempio fa invece Pessoa, ma
parla di un tempo che è un tempo
assoluto e come tale anche nostro,
che gli consente di uscire dal contingente,
dall’immediato e di andare all’essenziale.
Questo è ciò che secondo me rende
grande la letteratura di Kafka.
Faccio
presente che stiamo parlando di
Kafka e non di José Saramago!
Proprio
la scrittura, il senso della parola,
sono così importanti nella sua letteratura.
In alcuni casi, come per esempio
all’inizio de L’assedio di Lisbona,
è bastato aggiungere una parola,
la negazione no, per cambiare il
senso di una storia. Nel caso di
Francesco, lei diceva prima che
la Chiesa usa ancora la sua parola
per legittimarsi oggi. Ma la parola
di Francesco, così semplice ed essenziale,
riesce ancora ad essere densa, pregnante,
piena di significato nel mondo di
oggi, che è un mondo così diverso
dal mondo di allora, come lei stesso
diceva?
J.S.
- Quando Francesco ritorna questa
seconda volta alla vita, trova una
situazione drammatica, una Chiesa
e una compagnia molto diverse da
quelle che lui aveva lasciato, e
inizialmente vorrebbe tornare alla
purezza delle origini, ma i tempi
sono cambiati ed è costretto a prendere
coscienza dell’impossibilità di
tornare indietro.
Ma ciò che, come autore, mi interessa
di più, è come in questa rinascita,
in questo ritrovare così cambiato
ciò che aveva lasciato, possa essere
messo in luce un equivoco – che
forse nel Tredicesimo secolo poteva
non essere letto come tale, ma che
oggi non può non essere visto in
questa chiave – ed è l’equivoco
della povertà.
Se la povertà di Francesco agli
inizi poteva essere una povertà
santa, evangelica e come tale piena
di valore e di significato, quello
che lui stesso avrà modo di scoprire,
nel conflitto che nella sua seconda
vita nascerà con i suoi antichi
compagni, è che non si può più sostenere
in alcun modo che essa sia santa,
come afferma ancora ipocritamente
la Chiesa.
È dunque qui, in questo punto che
si gioca il senso della storia,
di questa rilettura della parola
stessa di Francesco. I poveri esistono
e non sono santi, né aspirano ad
esserlo.
Ecco,
mi sembra che qui ritorni quella
parola che in un’intervista lei
disse essere così importante, perché
è la parola "no", che
permette di rifiutare ciò che non
si considera giusto e non si vuole.
In questo caso è no alla povertà,
all’accettazione di un mondo il
cui ordine sia stabilito. No resta
una parola importante per lei...
J.S.-
"No" alla povertà, "no"
all’ingiustizia, "no"
alla crudeltà. È curioso notare
che l’unico essere crudele sulla
terra è l’essere umano…gli animali
non sono crudeli. Non lo è la tigre
né il leone, che hanno bisogno di
uccidere per nutrirsi.
L’unico
animale veramente crudele che esiste
è l’uomo: che uccide per piacere,
per passione, per vendetta, per
odio, per tutte le ragioni che più
o meno sappiamo; e che oltre a uccidere,
tortura. Nessun animale tortura
un altro animale, ed è a questo
che bisogna dire no.
Lei
parla di violenza e di povertà,
e sono due argomenti molto presenti
in tanti territori d’oltremare che
sono stati anche territori portoghesi,
come l’Africa, parte dell’Asia ma
forse meno, e il Sud America con
la grande estensione del Brasile.
Il Portogallo ha “esportato” una
letteratura, una cultura e un sapere.
Che cosa ha ricevuto in cambio la
cultura portoghese da questi mondi
così diversi, non fosse altro che
per il colore ma anche per il modo
di pensare delle persone che li
abitano? C’è stato uno scambio,
è possibile che questa attenzione
alla povertà non abbia a che vedere
con questa altra dimensione, parallela,
del Portogallo che sta al di là
del mare?
J.S.- Non so, credo di no, penso
che di tutti i paesi che hanno ricevuto
la lingua, la cultura o il dominio
portoghese, l’unico che abbia poi
trasformato in tutti i suoi aspetti
questo lascito culturale in modo
autonomo e compiuto sia il Brasile,
la cui lingua nazionale è il portoghese,
il quale in realtà è parlato da
una minoranza dei tanti abitanti
di questo immenso stato e spesso
deformato, ma il Portogallo non
è il proprietario esclusivo di questa
lingua, e in Brasile ci sono comunque
duecento milioni di abitanti.
Il
Brasile ha sviluppato questo lascito,
questa lingua, questa cultura e,
nonostante non sia un paese economicamente
forte, già negli anni Cinquanta
e Sessanta la letteratura brasiliana
ha influenzato il Portogallo. Questo
ora però non avviene più molto.
A parte il Brasile, i problemi degli
altri paesi di cui si parla, la
loro povertà, le loro tensioni,
la situazione di crisi permanente
in cui vivono non ha mai dato loro
la possibilità di sviluppare compiutamente
una cultura sufficiente a consentire
uno scambio paritario.
Dialoghi
fra culture in realtà ce ne sono
molti e, come è ovvio, non soltanto
tra paesi che parlano il portoghese.
Il Portogallo ha un vicino molto
prossimo che è la Spagna, con una
lingua diversa che io credo lei
parli e conosca benissimo. L’impressione
che si ha da un po’ più lontano,
come dall’Italia, è che essi siano
vicini e si assomiglino ma che siano
anche molto diversi. Secondo lei
quali sono gli elementi di differenza
e di somiglianza dei due paesi?
Lei in un romanzo ha immaginato
che la penisola iberica si staccava
dal resto dell’Europa e si portava
dietro anche gli spagnoli, quindi
qualcosa di simile ci deve essere...
J.S.-
Probabilmente questo ha a che vedere
con le mie personali relazioni culturali
e geografiche con la penisola iberica.
Io ho sempre detto che mi sento
prima di tutto portoghese, poi iberico,
e poi, a volte, anche europeo.
Vivo
nelle isole Canarie, mia moglie
è spagnola e perciò ho infinite
relazioni con la Spagna, anche se
questo non mi allontana idealmente
dal Portogallo, perché nella mia
testa ora è molto più consistente
questa idea fisica, questa unità
geografica della penisola iberica.
Quanto a somiglianze e differenze
fra Portogallo e Spagna, sono accaduti
degli eventi che hanno segnato profondamente
il tipo di relazioni esistenti ancora
oggi tra i due paesi.
Uno
di questi è stato quando per sessanta
anni, per volontà del re di Castiglia,
i regni di Spagna e di Portogallo
furono riuniti e il Portogallo fu
proclamato sotto il dominio spagnolo,
e questo è stato un duro colpo per
l’orgoglio e l’indipendenza portoghesi.
A partire dal Sedicesimo secolo,
poi, l’importanza del Portogallo
nell’ambito europeo è sistematicamente
diminuita. Inoltre, il nostro paese
era ed è all’estremo dell’Europa,
dalla quale siamo separati dai Pirenei,
e tutto ciò che è accaduto di negativo
nella nostra storia è arrivato attraverso
la Spagna, anche se poi erano per
esempio invasori francesi, e quindi
il nostro atteggiamento nei suoi
confronti è di una certa paura,
come a dire: “da quel lato arriva
solo male”.
Al
di là della Spagna c’è un’Europa
molto lontana per un paese sospeso
ai suoi estremi, con altra cultura
vicina oltre a quella dell’infinito
del mare che lo fronteggia. Esperienze
comuni e distinte si confrontano
in queste due culture, che hanno
sviluppato un simmetrico processo
di distanza.
Come
i portoghesi vivono la Spagna con
una forma di timore, come la porta
di influenze negative, così gli
spagnoli hanno sviluppato un forte
complesso di amputazione: in effetti,
se si guarda la carta geografica
della Spagna priva del Portogallo,
appare una forma assai strana, e
un po’ come colui che ha perso un
arto e sente ancora dolore, così
gli spagnoli percepiscono il Portogallo
e distolgono lo sguardo da esso,
facendo finta che non esista, pensando
di eliminare così il dolore dell’amputazione.
C’è un reciproco aspetto delle due
culture nel quale tendono a dimenticarsi
per annullare le negatività reciproche.
Eppure,
sebbene quest’Europa sia lontana,
inizia o finisce sulla soglia dei
Pirenei, lei ha dei legami culturali
forti con questo continente. In
una sua intervista recentemente
pubblicata in Italia, lei indica
tra i suoi riferimenti più importanti
Gogol, Montaigne, Kafka, e poi Cervantes
che è iberico e padre Antonio Vieira
che è invece un portoghese; ma la
Russia, la Cecoslovacchia di Kafka
e la Francia illuminista ci sembrano
esprimere legami molto forti che
lei ha con il resto del continente.
J.S.- È chiaro che, come dicevo,
il fatto di essere prima portoghese,
poi iberico e quindi europeo ha
più a che vedere con la realtà storica
attuale, quella che chiamano costituzione
dell’Europa, e con le culture europee
delle quali mi sono nutrito, che
con la storia dell’Europa e le sue
linee culturali passate.
D’altra
parte la scelta dei personaggi che
costituiscono la mia ideale famiglia
di riferimenti (Gogol, Kafka, Montaigne,
Cervantes) non è espressione della
scelta di un’intera cultura ma di
un singolo, e del mio interesse
personale verso particolari persone
e il loro modo di essere uomini,
artisti e di stare al mondo.
La
Russia non è solo Gogol, la Spagna
non è tutta Cervantes, né la Francia
è completamente Montaigne. Sono
delle lezioni, dei fili da seguire
che si scelgono. Lo stesso padre
Antonio Vieira, gesuita del XVII
secolo, è da considerarsi forse
uno dei più grandi scrittori della
lingua portoghese parlata e scritta,
anche se non ha scritto né poesie
né romanzi.
Venne
a Roma, fu missionario e diplomatico,
pregò nella chiesa di Sant’Antonio
dei portoghesi, ma soprattutto denunciò
con grande lucidità il genocidio
perpetrato dal Portogallo ai danni
degli indios brasiliani, come faceva
Bartolomeo De las Casas nei domini
spagnoli, dimostrando così già allora
l’esistenza di una sensibilità moderna
che potesse accorgersi dei genocidi
operati nel nuovo mondo. Quindi
non si tratta di scegliere pezzi
di Europa, ma persone, con percorsi,
posizioni e sguardi politici particolari.
Vorrei
lanciare anche uno sguardo politico
attraverso di lei sul Portogallo
che, visto dall’Europa che comincia
aldilà dei Pirenei, sembra un paese
in grado più di altri di resistere
a una forma di modernità forte e
dilagante. Penso ad esempio al suo
romanzo Cecità, che pone
quasi una barriera rispetto a una
certa cultura del visivo, capace
di divorare il mondo e di consumarlo.
A cosa crede sia dovuta questa capacità
del Portogallo di rimanere più fedele
a sé, non fuori dal tempo, ma critico
rispetto a certi aspetti del presente?
J.S. Non so, mi piacerebbe pensare
che sia così come lei lo descrive,
ma in realtà il Portogallo, come
tutti gli altri paesi, negli ultimi
dieci venti anni è molto cambiato,
fa parte di questo processo culturale
che tende ad uniformare le differenze,
ciò che viene definito di solito
politicamente corretto o globalizzato.
D’altra
parte il Portogallo è un paese piccolo,
sono dieci milioni di abitanti e
tre, quattro milioni di emigranti
sparsi per il mondo. Questo può
dare una maggior lucidità, chiaroveggenza
rispetto all’evolversi dei problemi,
ma non può certo dare la forza per
sottrarvisi. Inoltre Cecità
l’ha scritto un portoghese, ma avrebbe
potuto essere scritto da un tedesco,
un italiano, un francese, uno spagnolo,
un inglese, da chiunque abbia coscienza
del mondo in cui si vive e dei problemi
che il presente ci sottopone.
Mi
sembra molto importante quello che
lei dice di Cecità, sembra un libro
epico, che ha una sua indipendenza,
con uno sguardo universale, diverso,
distinto, parallelo al resto della
sua produzione. È così, o è solo
un’impressione da lettore?
J.S.- Credo che sia così. Cecità
non è un libro solo, ma è un libro
inaugurale, che segna una nuova
fase del mio lavoro; dopo il Vangelo
secondo Gesù (1991), e insieme
a Tutti i nomi e a La
caverna, che sto scrivendo ora,
costituisce una trilogia sul tempo
di oggi, uno sguardo sulle trasformazioni
dell’uomo nel presente, e il mio
ultimo saluto, come scrittore, al
ventesimo secolo. Vorrei precisare
che questi tre libri non sono stati
pensati come un insieme, ma riguardando
ciò che ho scritto e detto, mi sembra
di cogliere in essi una certa unità.
E se mi permettete un ulteriore
eccesso di presunzione, mi piace
pensare che, se oggi Kafka fosse
vivo e potesse scrivere, forse scriverebbe
Cecità.