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Intervista
a Ray Bradbury
di Marina Metri per Fahrenheit |
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D:
Ray Bradbury, una volta lei ha raccontato di essere stato un bambino
pieno di paure R: La mia infanzia non e' stata solo piena di mostri anzi, ho avuto un' infanzia molto serena nella mia casa dell' Illinois. Quando ho cominciato a scrivere, avevo 12 anni, sono arrivate le paure e sono le stesse che ho adesso. C'era la guerra in Europa in quel periodo e, anche se la guerra mi ha poi lasciato vivo, non ho comunque avuto la possibilita' di cambiare nulla. Questa e' la stessa paura che oggi. E' difficile poter dare degli strumenti all' umanita' per vivere in pace. Purtroppo il problema serio adesso e' che l ' America sta crescendo una generazione senza intelligenza e senza ideali, per questo bisogna pensare e scrivere con intelligenza.
R: Qui negli Stati Uniti siamo letteralmente circondati dalle tecnologie, bombardati dai computer e da internet. Le societa' che producono computer continuano a dirci che ognuno di noi deve avere un computer, e questo senza avere alcuna familiarita' o conoscenza di queste macchine. Bisognerebbe prima istruirsi e crescere umanamente e poi pensare di utilizzare queste macchine per metterle al servizio della conoscenza. Invece quello che accade sempre piu' spesso e' che il progresso nella telematica , l' evoluzione di questi strumenti, diventa qualcosa di estremamente meccanico e non tocca l'anima, non tocca l' intelligenza. Anche i produttori di telefoni cellulari ci dicono che noi tutti dobbiamo avere un cellulare perche' dobbiamo essere sempre in contatto. In realta' io credo che siamo troppo in contatto. Lo stesso vale per la posta elettronica. D: Ma oggi esistono ancora degli outsider, dei paladini del libero pensiero, qualcosa di analogo agli uomini-libro di Fahrenheit 451? R: Io credo che siano le stesse persone comuni. Quelle che nella vita di tutti i giorni insegnano, o magari lavorano nelle librerie, frequentano le librerie. Oppure quelli come me che leggono e ricordano. E continuano a ricordare. D: Sappiamo che lei e' stato chiamato dal governo degli Stati Uniti a partecipare a una commissione incaricata di ipotizzare e disegnare la citta' del futuro.. . R: Se potessi immaginare una citta' cosi', immaginerei un posto dove si possa vivere senza la minaccia della guerra. Senza le famose stanze dei bottoni dove si decidono i destini delle nazioni e dei popoli. Penserei a questa citta' come un posto dove veramente ci potessero essere degli spazi di assoluta tranquillita'. New York per esempio e' troppo grande, troppo compatta e densa. Chi vive a New York City deve avere almeno due case. Una in in citta' campagna per riprendersi dallo stress della metropoli. Invece in questa citta' del futuro immaginaria non ci sarebbe bisogno di questo, perche' tutto quello di cui si sente il bisogno sarebbe li' e non sarebbe necessario spostarsi avanti e indietro. D: In gioventu' ha partecipato al movimento culturale Tecnocrazia, che contava di "salvare" il mondo con un governo di scienziati, oggi, con le biotecnologie in mano alle multinazionali, crede ancora che affidare tutto il potere alla scienza sia la giusta via? R: Quando avevo 19 anni io credevo veramente che il mondo potesse esssere governato da persone illuminate dalla luce della scienza e che la democrazia potesse adattarsi a questo. La persona che avevo in mente doveva essere in grado di comprendere e di estendere le sue conoscenze ai vari campi della scienza, con questi strumenti avrebbe avuto la capacita' di prendere decisioni per rendere possibili cambiamenbti importanti. |
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