Anne
Fine Villa ventosa, il suo romanzo del 1994, ora pubblicato da
Adelphi, presenta sin dalle
prime righe le due figure centrali: un bellissimo giardino e una madre
terribile. Proprio devastando pezzi del giardino, adorato dai suoi figli
ormai grandi, la madre sfoga una rabbia a lungo repressa. Puo' dirci
qualcosa sul giardino e sulla madre?
Credo
che il giardino simboleggi la chiusura della famiglia, e' un luogo recintato,
chiuso all'esterno. In genere in famiglia si vive in modo abbastanza
isolato finche' si e' piccoli e questo giardino dura nel tempo come
durano le famiglie.
La madre rappresenta un caso interessante: l'ho immaginata come un'esponente
dell'ultima generazione la cui vita e' stata condizionata dall'imperativo
di fare figli al di la' dei desideri individuali.
La contraccezione non era disponibile e cosi' anche donne che ora non
farebbero figli o ne farebbero uno solo erano obbligate a vivere ripetute
maternita' e questo condizionava loro la vita. Nel caso della signora
Collett questo condizionamento e' stato devastante.
A
una madre perennemente esaurita e barricata dietro al silenzio corrispondono
figli insicuri e pieni di problemi. Le famiglie disastrate sono il suo
soggetto letterario preferito, non e ' vero Anne Fine?
Be'
credo di si'. C'e' in giro molta ipocrisia riguardo a certi argomenti
e se ci si pensa il compito del romanziere e' quello di esplorare a
fondo con chiarezza cosa si nasconde sotto cio' che viene detto. Prendiamo
il caso del Natale: in Gran Bretagna, sicuramente non nel resto d'Europa,
il Natale e' diventato una festivita' odiosa e impegnativa che tutti
odiano in segreto.
La nostra cultura l'ha fatto diventare un'occasione di shopping senza
limiti e tutti gli aspetti belli del Natale sono scomparsi perche' tutti
sono troppo occupati a spendere, spendere, spendere. Lo shopping comincia
a ottobre, eppure si continua a parlare del Natale come se fosse meraviglioso.
La stessa ipocrisia vale per la famiglia. Tutti parlano della famiglia
come se fosse meravigliosa, mentre per molti e' fonte di disperazione
e di infelicita', non di sicurezza. Per molti bambini e' terribile e
angosciosa, ma non si puo' dire.
Quella che appare in Villa Ventosa non e' una famiglia particolarmente
dissestata, non ci sono al suo interno elementi criminali, o tali da
richiedere l'intervento di assistenti sociali, e' una famiglia perfettamente
normale. Io sostengo che quando persone di carattere diverso sono costrette
a vivere sotto lo stesso tetto si creano enormi stress e condizionamenti,
e' come mettere delle persone in una pentola a pressione.
Lei
ha uno stile tendente all'iperbole, fa esprimere ai suoi persona vivere
con me se mi comportassi nella vita come nella scrittura. Scrivere un
romanzo richiede un'enorme quantita' di tempo, ti fa perdere di vista
la tua vera vita, passi il tempo a pensare che e' finita l'estate, e
poi anche l'inverno e stai ancora scrivendo, non so a che servirebbe
scrivere, se non si puntasse dritti alla verita'.
Io ho una visione pessimistica dell'universo ma sono anche una persona
allegra e ben disposta. Quando scrivo tendo a inclinare verso il pessimismo,
mentre l'atteggiamento positivo rende piacevole la mia vita privata.
Villa
ventosa ha un lieto fine, Barbara, la figlia maggiore della
signora Collett, sposa un uomo che conosce appena, ma che si rivela
un ottimo partito e lei stessa risulta trasformata dall'amore, piu'
bella.
Lo diciamo a Liddy al contrario finisce malissimo: quando Bridie
scopre l'amaro piacere dell'odio perde tutte le persone che ama. Lei
vuole suggerire che la fiducia negli altri paga di piu' dell'intransigenza?
Io
stessa sono rimasta sconvolta dalla fine di Lo diciamo a Liddy?.
Mi preoccupa molto quando alla fine di un libro non posso introdurre
elementi di speranza. Soprattutto quando scrivo libri per bambini, cosa
che faccio spesso, non posso chiudere facendo venir loro voglia di buttarsi
sotto un ponte, devo dare delle speranze.
E' moralmente importante offrire ottimismo ai bambini e anche nei libri
per adulti cerco di mettere un po' di ottimismo.
Ma in Lo diciamo a Liddy non era possibile, non era onesto, quello
che avevo raccontato rifletteva la vita di tanta gente. Non mi e' mai
capitato scrivendo un libro e parlandone con altri di sentirmi dire,
questo e' proprio quello che e' successo nella mia famiglia, non i dettagli
della trama, ma il senso del tradimento, le ferite che restano.
Non ci si riprende da certe delusioni, ci si sforza di dimenticare,
si va avanti con la propria vita, ma nessuno che io conosca e' mai riuscito
ad accettare che sia cosi' facile per una famiglia andare in
pezzi.
In
Villa ventosa lei mette in scena una coppia di omosessuali, molto
diversi per eta', le loro giornate, i loro scontri, il loro reciproco
amore: come ha fatto ad avere una visione cosi' dettagliata del loro
stile di vita e del loro rapporto?
Quando
ho cominciato a scrivere questo libro ho immaginato una coppia perfettamente
convenzionale, un uomo e una donna sposati, e in qualche modo il libro
era morto, ho lavorato invano per tre mesi cercando di superare le prime
pagine. Quando scrivo, so che puo' sembrare un po' mistico, il romanzo
e' gia' li', a volte e' come scavare nella sabbia per vedere cosa c'e'
sotto.
Una mattina mi sono svegliata e ho detto, ma si', sono due uomini, e
questo era un problema perche' non avevo molta esperienza al riguardo,
non era un soggetto che conoscessi. Allora ho smesso di scrivere e ho
letto per tre mesi, ho letto moltissime autobiografie e libri di memorie.
Ho scoperto che esisteva una grossa differenza tra gli omosessuali che
erano giovani dopo la rivoluzione sessuale e quelli che lo erano stati
prima. Io ho cinquantadue anni e mi ricordo lo stato delle cose prima
della rivoluzione femminista e come mia figlia e' stata allevata dopo
la rivoluzione femminista, dando per scontate cose per cui noi avevamo
dovuto lottare.
E' stato abbastanza facile trasferire queste cose nei due personaggi.
In particolare in Caspar ho riversato le testimonianze di omosessuali
vissuti nella Germania dell'Est dove i cambiamenti sociali sono stati
piu' lenti che in Inghilterra.
Questo mi ha molto aiutato.
La
parte preponderante dei suoi libri e' costituita dai dialoghi. Lo
diciamo a Liddy e Villa ventosa sembrano romanzi pronti per
un adattamento teatrale. Tra i classici del passato ci sono autori a
cui si sente piu' vicina di altri?
La
domanda intorno alle ascendenze letterarie mi mette sempre in un certo
imbarazzo. Io credo che la maggior parte degli scrittori legga moltissimo,
questo e' il motivo per cui passa la vita sui libri e riceva influssi
da ogni parte.
Se qualcosa ha influenzato il mio modo di scrivere e' stato l'altro
versante della mia attivita' letteraria, la scrittura per i bambini.
Quando si scrive per bambini la cosa piu' criminale e' annoiarli, quando
si e' piccoli non si sopportano le descrizioni di paesaggi, i brani
lirici. Ho sempre pensato che i dialoghi siano piu' diretti e mostrino
i caratteri in modo piu' veloce. E' cosi' difficile determinare le influenze,
io leggo di tutto.
Lo
scorso fine settimana ho letto il suo ultimo libro per ragazzi pubblicato
da Salani Qualcosa in comune e l'ho apprezzato molto. Anne Fine
lei preferisce scrivere per bambini o per adulti?
All'inizio
preferivo scrivere per bambini o almeno non facevo che scrivere per
bambini. Quando ho scritto il primo romanzo per adulti sono tornata
ai libri per bambini con molto sollievo.
Ora ho raggiunto lo stadio in cui se qualcuno mi dicesse scegli l'uno
o l'altro io diventerei matta. Se qualcuno mi dicesse, puoi solo leggere
o solo scrivere per il resto della vita, credo che sceglierei leggere,
non potrei vivere senza leggere.
Ma se mi chiedessero di scegliere se voglio scrivere per bambini o per
adulti non saprei scegliere; d'altronde quando si decide su che cosa
scrivere l'eta' giusta dei lettori e' gia' determinata.
Se e' una cosa leggera, giocosa e' adatta a bambini di nove anni, se
si parla seriamente di matrimoni o di sesso deve essere per un pubblico
di adulti, non si ha scelta.