Gish Jen
intervista di Federica Velona’


Federica Velona':
Gish Jen e' una scrittrice americana di origine cinese.
La sua raccolta di racconti ora pubblicata da Neri Pozza con il titolo "Non capisco gli irlandesi" offre al lettore uno sguardo divertito e perplesso sull'America contemporanea. Lei crede che avendo le radici in un'altra cultura sia possibile vedere piu' chiaramente le stranezze della societa' in cui si cresce?

Gish Jen: Si', credo di si'. In America c'e' una lunga tradizione di outsider, di persone capaci di giudicare il paese dal di fuori. E' vero che stando ai margini, venendo da fuori e dovendo imparare le regole di una nuova societa', si e' piu' attenti alle stranezze, a cio' che per chi vive li' da sempre viene dato per scontato. Si ha uno sguardo inedito sulla realta'.

F.V. In questi racconti lei descrive diversi punti di vista sul multiculturalismo, ma sembra privilegiare quelli di persone molto anziane o molto giovani. Per esempio la vecchia cinese del racconto d'apertura "Non capisco gli irlandesi" che si scontra con la figlia e il genero, o Chin, il
ragazzino picchiato dal padre. Lei crede che vecchi e bambini siano le categorie piu' esposte ai disagi del processo di integrazione?

G.J. E' interessante, credo che i vecchi e i giovani, forse perche' non sono troppo gravati dai pesi della vita quotidiana possano riflettere di piu' su cio' che accade intorno a loro.

F.V. Uno dei racconti piu' ironici e' "Duncun in Cina", in cui lei racconta l'impatto devastante che ha il proprio paese d'origine su un trentenne di belle speranze. Lei scrive: "Qui c'erano troppe verita'. Voleva tornare a casa.". E poi: " Quant'e' meschino aver fede nell'accumulare denaro; eppure, quanto protegge dalla vita stessa, la vita che disiorienta, che sconcerta.
E' una religione utile". Lo stile di vita americano ha i suoi vantaggi, non e' vero?

G.J. Si' credo che sia cosi', ci sono vantaggi e svantaggi. Quando scrivo, scrivo e basta, non do ricette, ma poi rileggendo, scopro i miei stessi giudizi. E' vero che mi colpiscono quasi sempre le ambivalenze di giudizio.

F.V. Il racconto che mi e' piaciuto di piu' e' l'ultimo. Nello scontro tra Sven e Pammie non c'e' solo lo scontro tra orgini diverse, eta' diverse, ma soprattutto quello tra un uomo e una donna che hanno avuto dei figlie il cui rapporto e' cambiato in seguito alla nascita dei figli. Lei sembra suggerire che la diversita' piu' radicale sia quella tra uomini e donne…

G.J. E' vero, non crede? Si', c'e' un vero abisso tra i sessi.

F.V. Un altro tema che emerge dal suo libro e' la differenza tra le famiglie americane e le famiglie cinesi nell'educazione dei figli. Lei crede che questo possa essere un ostacolo all'integrazione?

G.J. Non so se e' un ostacolo all'integrazione, ma e' vero che le diversita' culturali nei metodi educativi persistono dopo generazioni e si tramandano da madre a figlia. Non credo che in America cio' costituisca un problema perche' ci sono cosi' tante nazionalita', fa parte dell'essere americani l'avere idee diverse. Non credo che sia un ostacolo all'assimilazione, credo che faccia parte della vita americana avere tante tradizioni che si tramandano. Anche se queste tradizioni cambiano e tutto si americanizza con il passare del tempo, qualcosa dei vecchi paesi persiste per anni e io credo che sia un bene e non un male.

F.V. Ma qual e' a suo parere la differenza piu' grande tra i modelli educativi cinesi e quelli americani?

G.J. E' molto difficile dire qual e' la differenza principale. Una differenza molto grossa e' che la cultura cinese e' molto rivolta alla societa', alle cose che sono fuori di noi, e' molto rivolta ai doveri e ai modi di comportamento, mentre la societa' americana e' piu' rivolta al se', tende molto di piu' alla realizzazione dei sogni individuali. Culturalmente la Cina, o almeno la Cina da cui provengono i miei genitori, e' una societa' in cui nessuno crede di poter cambiare il mondo, si viene allevati ad accettare il mondo cosi com'e'. In America ci si aspetta che le persone reagiscano a cio' che non sopportano, alle ingiustizie. Questa e' una grossissimaa differenza nelle aspettative e nel modo di vivere.

F.V. Le madri cinesi nei suoi racconti sono molto dure con le loro figlie. E' un qualcosa che lei ha vissuto?

G.J. Si', direi che siamo su un terreno molto personale, ma si' in generale, le madri possono essere molto dure con le figlie, non solo le madri cinesi. Lo dico ora che sono madre anche'io, parlo a nome dell'internazionale delle madri.

F.V. Tornando al tema dell'immigrazione. Come le sembra l'atteggiamento dell'America di oggi verso gli immigrati?

G.J. Credo che la societa' americana sia molto divisa al riguardo. La societa' americana e' nata come una societa' aperta, e in effetti e' una societa' di immigrati, nessuno, tranne i nativi, puo' sostenere che questo e' il suo posto d'origine. La stragrande maggioranza della gente e' immigrata, ma negli ultimi tempi l'immigrazione e' aumentata drammaticamente e proviene per lo piu' da paesi non europei . E' difficile per alcune persone accettarla, credo che al momento gli americani siano piu'
intolleranti di un tempo verso gli immigrati.

F.V. Gish Jen vorrei ora chiederle quali sono i suoi scrittori di riferimento.

G.J. Ci sono molti scrittori che mi hanno influenzato. Credo di cambiare scrittori di riferimento ogni due anni. All'inizio i piu' importanti sono stati William Shakespeare e Jane Austen che sono rimasti ancora dei modelli per me. Un'altra influenza forte su di me l'hanno avuto gli scrittori ebrei. Li ho letti molto al liceo ed era il periodo in cui riflettevo sulla mio identita' cinoamericana, sul fatto che non appartenevo ne' ai bianchi ne' ai neri. Ho sentito gli ebrei in generale e gli scrittori ebrei in particolare molto vicini in questo, anche loro parte di un mondo piu' vasto. Mi piace il modo in cui hanno conservato la loro tradizione, e l'hanno innovata in America, non comportandosi come semplici custodi di museo. Ho letto Saul Bellow, Cynthia Ozick, Grace Paley, Bernard Malamud, Philip Roth e mi hanno fatto riflettere molto.

F.V. Le piace l'umorismo ebraico?

G.J. Si', l'humour e' fondamentale. Vengo da una famiglia piena di tipi buffi, mi diverte l'umorismo, e nei libri mi pare un elemento di grande importanza. Per riuscire ad andare avanti in America e' fondamentale il senso dell'humour, bisogna fare un passo indietro e vederne le molte incongruenze. Questa e' una societa' inventata, con gente che viene da ogni parte e credo che riuscendo ad avere uno sguardo umoristico si colgono gli aspetti meravigliosi piuttosto che quelli sconcertanti.

Vedi anche:
http://www.mcdougallittell.com/lit/guest/garchive/jen.htm
e
http://www.wsws.org/articles/2000/jan2000/book-j19.shtml