Intervista a Joyce Carol Oates
di Federica Velona’

FV Joyce Carol Oates, la Marylin Monroe che lei descrive nelle 767 pagine di Blonde, il suo ultimo romanzo ora pubblicato in italiano da Bompiani è una bella persona, è sensibile, generosa, fragile, ingenua, piena di talento e buona volontà. E’ questa l’opinione che lei ha sempre avuto di Marylin o questo personaggio è stato anche per lei una scoperta?

JCO Naturalmente Marylin per me è stata una scoperta.

La
conoscevo solo attraverso l’immagine che risultava dai suoi film e dalle foto pubblicitarie. Quando ho cominciato a conoscere la vita privata di Norma Jeane Baker sono rimasta molto stupita e molto affascinata da lei.

FV Qual è stato il punto di partenza del suo libro?

JCO E’ stata la scoperta di una foto di Norma Jeane Baker, fatta quando aveva diciassette anni, nel 1944. Mi sembrava che la ragazza nella foto non assomigliasse per niente a Marylin Monroe, non aveva i capelli platinati e neppure una bellezza strepitosa, era dolce e carina, era la tipica ragazza americana. Decisi quindi che volevo esplorare la grande distanza tra l’io pubblico e quello privato.

FV in Blonde lei osserva che le donne di solito prendevano in simpatia Norma Jeane e il personaggio a cui lei da vita è tale che le donne non possono fare a meno di amarlo e di identificarcisi.

JCO Mentre leggevo il libro mi capitava una cosa strana: pur non avendo niente in comune con la sua eroina, io ero lei e soffrivo con lei.

FV Joyce Carol Oates , come spiega questo fenomeno?

JCO Penso che ognuno di noi possa essere Norma Jeane, possa essere trasformato da qualcun altro in una persona diversa da quella che era inizialmente. Poniamo il caso che qualcuno avesse influenzato le suescelte a vent’anni, le avesse rifatto l’immagine, l’avesse fatta diventare un’attrice di cinema, lei sarebbe ancora se stessa, ma avrebbe anche un’altra personalità pubblica. Tutti noi quando eravamo piccoli abbiamo subito dei condizionamenti che ci hanno resi diversi da quello che eravamo. A volte è la famiglia, a volte la scuola o il lavoro a renderci diversi. Norma Jeane in realtà è qualcuno che è stato costretto a evolvere in Marylin Monroe e ad ognuno di noi può capitare un’esperienza simile.

FV E quali sono le reazioni dei lettori maschi di fronte al suo personaggio? Lo apprezzano anche loro?

JCO Direi di sì, soprattutto gli scrittori. Gli scrittori ci si riconoscono, questo libro riflette l’esperienza di un’artista.

FV In una lunga intervista su Blonde che gli ascoltatori possono leggere sul suo sito personale, Joyce Carol Oates, lei sosteneva di aver voluto creare un ritratto femminile emblematico del suo tempo e del suo paese quanto lo era stato Emma Bovary. Questa affermazione mi ha colpito per più di una ragione. Intanto le chiederei in che senso Marylin Monroe le sembra emblematica del secolo appena concluso e del suo paese, l’America.

JCO Norma Jeane è una ragazza che cerca in tutti i modi di essere amata. E’ anche una donna che lavora, diventa una donna in carriera, lavora sempre, tranne quando è incinta. Lavora da quando ha sedici anni, prende lezioni di danza, di recitazione, di mimo. E’ una tipica donna americana della seconda metà del ventesimo secolo, che cerca di essere tutto, di essere amata dalla sua famiglia – vorrebbe un marito, un figlio – e di riuscire nella vita.

FV Sì, ma la sua bellezza la rende eccezionale, non certo normale, tipica…

JCO La sua bellezza… la sua bellezza è qualcosa di totalmente artificiale, legata al trucco. A una certo punto del libro descrivo un’occasione in cui ci vollero quattro ore di seduta di trucco per prepararla a un evento mondano. E’ sempre stata molto attrente e aveva una bellezza fresca, ma non era strepitosa al naturale. Marylin era un prodotto, un ruolo, Norma Jeane era una donna reale.

FV Tornando al paragone con Emma Bovary, Norma Jeane aveva una vita straordinaria e sognava soprattutto gli affetti familiari, Emma aveva una vita normale e sognava l’evasione… forse il punto di contatto tra loro è che entrambe conoscono la frustrazione dei loro sogni…

JCO Io volevo che Norma Jeane fosse più ambiziosa e piena di energia di Emma Bovary. Emma è un simbolo del suo tempo, nell’Ottocento le donne non avevano un lavoro, dipendevano da un uomo, lei aveva un marito e sognava un amante. Norma Jeane poteva sognare una carriera. Sognava soprattutto di riunire la sua famiglia, di conoscere il padre. Pensava che se fosse diventata un’attrice molto brava e una donna molto bella, il padre l’avrebbe riconosciuta, sarebbe uscito dall’ombre.

FV C’è un altro aspetto molto importante in Blonde, che accomuna questo libro ad altri suoi libri Joyce Carol Oates, per esempio al romanzo breve Acqua nera, ed è che Blonde è un romanzo politico, racconta un personaggio e insieme il suo tempo, gli uomini e le donne che lo hanno caratterizzato. In Aqua nera lei aveva messo in scena un orrido Ted Kennedy che fuggiva da un incidente d’auto provocato dalla sua ubriachezza, lasciando affogare la ragazza che era con lui senza tentare di salvarla. In Blonde è John F. Kennedy a fare una bieca figura, quando approfitta del suo carisma di presidente per usare sessualmente una Norma Jeane già a pezzi dal punto di vista psicologico. L’avere attaccato una famiglia potente come quella dei Kennedy le ha creato dei problemi, ci sono state delle reazioni al suo libro?

JCO Le reazioni al romanzo in generale sono state molto polemiche, io attiro sempre polemiche. La famiglia Kennedy è ancora molto potente in questo paese, ma ci sono molte persone critiche nei loro confronti e molti libri hanno dimostrato che John F. Kennedy era pessimo con le donne, teneva alla famiglia e alla moglie, ma si comportava malissimo con le donne. No, non credo che ci siano state critiche particolari riguardo al ritratto di Kennedy, anzi in molti mi hanno detto che è molto realistico.

FV E in generale come hanno reagito i personaggi reali che lei ha descritto nel libro?

JCO Non conosco la gente che ho descritto, chi conosceva Marylin mi ha detto che il suo ritratto è molto fedele, ma non si trattava di persone che comparivano nel romanzo. La maggior parte di quelli di cui ho parlato è morta adesso.

FV Be’ per esempio Marlon Brando a cui lei ha dedicato abbastanza spazio è vivo…

JCO Marlon Brando...lui non si è mai espresso pubblicamente, è molto riservato, credo che non abbia letto il libro, è una figura remota…

FV Ma è uno dei pochi uomini che esce bene dalla sua storia…

JCO Sì, nella vita reale è stato uno dei migliori, uno dei pochi che non abbia mai concesso un’intervista su Marylin Monroe. Erano molto simili, erano dei fuoriclasse, volevano a tutti i costi diventare dei bravi attori ma Hollywood voleva solo sfruttarli.

FV Joyce Carol Oates per la sua prolificità, la sua attenzione alla storia sociale oltre che individuale, il suo realismo, lei è stata paragonata al romanziere francese Emile Zola. Che cosa pensa di questo paragone?

JCO No, non assomiglio a Zola, no, assomiglio più a Flaubert, a James Joyce. A Zola non interessava la lingua, lo stile, non era uno sperimentatore, era molto ottocentesco in questo. Blonde è un romanzo molto sperimentale, ogni capitolo è diverso dagli altri, alcuni sono molto corti, alcuni sono in prosa, altri in poesia, altri sono fatti solo di dialoghi. No, non mi identifico in Zola, ma in Flaubert.

FV Come fa a scrivere tanto, e non mi riferisco solo alle settecento e oltre pagine di Blonde ma all’insieme della sua produzione che spazia dal teatro ai libri per bambini, dalla critica letteraria a romanzi su serial killer a saggi sulla boxe ecc?

JCO Lavoro molto e rivedo molto il mio lavoro, quindi non mi sembra di scrivere molto. Devo confessare che Blonde è stato il mio romanzo più difficile perché mi sono innamorata di Norma Jeane, non volevo che morisse, eppure questo era inevitabile, doveva morire. Scriverlo è stato davvero doloroso, spero di non dover più soffrire in questo modo.

FV Lei pensa che Norma Jeane potesse essere salvata in qualche modo? In fondo lei descrive come anche l’amore di Arthur Miller non abbia potuto aiutarla a essere felice se non per un breve periodo…

JCO Credo che se avesse avuto meno paura del teatro, una vita sul palcoscenico avrebbe potuto salvarla, ma la sua condanna fu tornare a Hollywood. Appena tornata a Hollywood dovette fare la scema Marlyn Monroe, e cominciò a sentire che stava invecchiando e che la giudicavano male. Si suicidò soprattutto perché si sentiva inutile, aspettò invano che il padre la riconoscesse e sua madre stava troppo male per apprezzarla. Credo che la sua sia stata una tragedia americana, non doveva accadere ma accadde.

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