RADIOTRE LIBRI
Intervista a Nava Semel

Si intitola L'esclusa l'ultimo romanzo l escusa di nava semeldella scrittrice israeliana Nava Semel pubblicato nella collana Juniorgaia di Mondadori. Il libro racconta in prima persona un episodio della vita di Ghershona, una ragazzina di Tel Aviv turbata dall'arrivo di un nonno americano e dalle tensioni familiari.
Nava Semel, l'autrice e' una donna piccola, molto vivace e appassionata. L'abbiamo incontrata a Bologna in occasione della Fiera del libro per ragazzi.
L'intervista e' partita dalla domanda sul perche' ha scelto di dedicarsi ai libri per ragazzi.

Non ho mai scelto di scrivere per ragazzi, scrivo e qualche volta e' un libro per ragazzi e qualche volta un libro per adulti.
Per me non c'e' differenza, mi piace che tra i personaggi dei miei libri ci siano dei ragazzi, ma i protagonisti dei miei libri non osservano il mondo dei ragazzi, osservano quello degli adulti. Questo rende i miei libri una sorta di dialogo tra il mondo dei ragazzi e il mondo degli adulti.
Descrivo spesso il processo della crescita che ai miei occhi e' un viaggio doloroso verso la scoperta della realta' del mondo. Un viaggio che comporta sofferenza, perdita e domande sul significato della vita, su che cosa facciamo nel mondo, su perche' c'e' la morte. Queste sono le profonde domande che si pongono i giovani spiriti nel corso della crescita.

2) Ma allora quando decide se un libro e' per adulti o per bambini?

La decisione non la prendo io, la prendono gli editori e a volte e' una decisione discutibile. La gente del marketing cataloga i libri e decide questo e' per bambini, questo e' per adulti, ma io da adulta mi trovo spesso a leggere libri che sono per bambini. Credo che un libro che ci fa scoprire il bambino che e' in noi sia un buon libro.
Tutti noi siamo bambini, sotto la nostra personalita' di adulti c'e' ancora qualcosa di infantile, di importante: questo e' quello a cui intendo rivolgermi come autore, la coraggiosa voce dell'innocenza, la voce che si pone le domande giuste. Qualche volta credo che gli adulti abbiano paura di porsi le domande fondamentali, come chi sono io, che ci faccio al mondo, perche' c'e' la morte. A queste tre domande fondamentali si aggiungono: trovero' qualcuno che mi amera' per quello che sono, trovero' qualcuno da amare e questo succedera' nello stesso momento?

Entriamo nel merito del suo libro da poco pubblicato in italiano, L'esclusa. Come mai ha scelto di ambientare la storia di questa ragazzina nell'Israele degli anni cinquanta?

Forse perche' io sono stata bambina in quel periodo. Sono nata nel 1954 e l'ambientazione di questo libro rispecchia in parte le condizioni in cui sono cresciuta io. Mia madre e' una sopravvissuta all'Olocausto, e' sopravvissuta ad Auschwitz, ma non ne ha mai parlato, e' sempre stato un suo segreto. Non perche' avesse qualcosa di cui vergognarsi - lei era una vittima - ma so che aveva paura di raccontare ai suoi bambini, a me e ai miei fratelli, il suo passato. Voleva farci crescere come dei sani nuovi israeliani.

L'atteggiamento di mia madre riflette quello di tutta una generazione di sopravvissuti che non hanno voluto condividere le loro passate esperienze con i propri figli temendo di trasferire loro paura e insicurezza. Comunque i bambini sanno essere molto attenti, hanno grandi antenne. Io anche senza aver mai sentito dire che mia madre aveva sofferto tanto, l'ho sempre saputo. Lei non mi ha mai detto esplicitamente sono stata in campo di concentramento, ho perso le persone che amavo, l'ho scoperto quando avevo venticinque anni ed ero diventata a mia volta madre.

Quindi il suo romanzo e' in gran parte autobiografico?

Ghershona, la protagonista del libro riflette qualcosa di me, in lei c'e' qualcosa di inventato, ma l'essenza e' quella, una bambina che sa che c'e' qualcosa che incombe sulla sua casa, un'ombra indistinta.
Per diventare adulta deve scoprire cos'e'.
Ha bisogno di instaurare un vero dialogo con sua madre per scoprire perche' lei e' cosi spaventata dal mondo, cosi' iperprotettiva.
La sua lotta per l'indipendenza e' enorme, cerca di trovare la sua verita', la sua voce, si sente soffocata da quest'atmosfera in cui ogni cosa che fa e' un disastro, ogni cosa minaccia la famiglia.

Lei crede che il suo rivolgersi alla scrittura sia stato determinato dal bisogno di contrastare l'atteggiamento di sua madre, di parlare laddove lei aveva taciuto?

Sono d'accordo con lei, probabilmente questo mi ha spinto alla scrittura. Sono cresciuta circondata da persone che parlavano lingue diverse. I miei genitori che venivano dall'Europa parlavano tedesco tra di loro ma non con noi bambini che eravamo i nuovi israeliani, la pagina nuova nella storia con tutto il bagaglio ideologico che comportava essere una pagina nuova nella storia israeliana, essere parte del futuro e non del passato. Comunque io li sentivo scambiarsi segreti di nascosto e cio' mi rendeva ancora piu' curiosa. Io capisco il tedesco e sa perche?

Perche' volevo carpire i loro segreti. Un'altra lingua l'ho scoperta grazie ai miei nonni, ma soprattutto grazie al mio nonno americano (altro personaggio del libro) che spunto' dal nulla quando avevo sei anni.

La prima frase del libro rispecchia quello che accadde a me: all'improvviso scoprii che stava arrivando un nonno che non sapevo neppure di avere. Dopo trent'anni di assenza arrivo' da New York, parlavo solo inglese, cioe' americano, e yiddish. Per parlare con lui imparai l'yiddish a pezzi e bocconi, per comunicare con il passato ho dovuto ascoltare molto.

Credo che uno scrittore sia qualcuno che ascolta cio' che non dovrebbe ascoltare, che guarda cio' che non dovrebbe vedere, il senso e' che c'e' sempre una realta' dietro la realta', io sento sempre che c'e' qualcosa di altro.

In Italia la letteratura israeliana e' molto amata e seguita. Tra gli scrittori israeliani di oggi c'e' a suo parere un comune sentire, ci sono delle affinita' tematiche o stilistiche al di la' delle inevitabili differenze?

Prima di tutto scriviamo in ebraico. Questo e' il miracolo. La gente non capisce la differenza tra gli israeliani e gli ebrei del passato. Gli ebrei che vivevano in Italia, parlavano in italiano, quelli che vivevano in Francia parlavano in francese e scrivevano in francese. Il cambiamento radicale nella storia degli ebrei e' stato il cambiamento linguistico.

Tutti gli scrittori israeliani consapevolmente o no stanno reinventando una lingua e questo porta nei libri un diverso dinamismo, il senso di stare su un limite presente nella letteratura israeliana che spero che passi attraverso la traduzione. La letteratura israeliana in generale intreccia un fitto dialogo con il passato, a volte su un piano di ribellione, altre volte in modo piu' pacificato.

Ma si riflette sul passato, si dialoga con esso in termini aperti, non credo che in Italia sia lo stesso. La nostra storia e' cosi' carica di tensione, cosi' drammatica che ancora dobbiamo capire chi siamo. Gli israeliani sono diversi dallo stereotipo dell'ebreo della diaspora. Se mi chiede cosa sono io rispondo istintivamente un'israeliana non un'ebrea. Essere israeliani comprende anche l'essere ebrei, ma la cosa principale e' la lingua ebraica.

Io sono cosi' eccitata per il fatto di scrivere in ebraico, sono molto consapevole del fatto che i miei genitori non parlavano questa lingua l'hanno scelta per loro ma anche per me. Quando vedo che i miei genitori leggono un libro mio e lo leggono in ebraico sento che e' un miracolo.