Susan
Sontag lei ha scritto molto, si e’ occupata di letteratura, cinema,
teatro, fotografia, ed e’ considerata una sorta di coscienza critica
dell’America contemporanea. In America è il suo secondo romanzo storico.
In un brano di questo romanzo lei scrive “c’è una ragione per cui si
cede al desiderio di ambientare una storia nel passato: quasi tutto
quello che è buono sembra appartenere al passato, forse questa è un’illusione,
ma provo nostalgia per ogni epoca che precede la mia nascita”. Si può
dire che In America dia voce a una duplice nostalgia, quella per le
proprie origini (dopo tutto i suoi antenati venivano dalla Polonia come
la protagonista del libro) e quella per il suo paese, l’America come
era alle origini?
Io
non m’identifico
sempre con quello che il mio personaggio dice nel romanzo, si tratta
di un romanzo, una storia inventata… Sì, c’è un voce all’inizio della
storia che dice, ah qualche volta io credo che ogni momento precedente
a questo sia migliore di questo, credo che tutti noi abbiamo momenti
di nostalgia. Io sicuramente provo nostalgia a volte, ma non sempre
e non scrivo romanzi spinta dalla nostalgia. La nostalgia è uno dei
sentimenti che prova il mio personaggio, ma non è il motivo determinante
del romanzo. Trovo che la nostalgia sia un sentimento molto dubbio.
Io non posso dire di provare nostalgia per il passato dell’America e
per il passato della mia famiglia. Ho avuto la mia vita, e sono cresciuta
in una famiglia abbastanza sradicata, quindi non ho questo tipo di sentimenti.
Non scrivo mossa dalla nostalgia, scrivo per raccontare delle belle
storie, ricche e piene di significato e di emozioni. Penso che una narrazione
mossa solo dalla nostalgia sarebbe molto povera.
Ancora
sull’America descritta nel suo libro. Il luogo in cui l’attrice polacca
Marina Zalezowska, i suoi familiari e amici decidono di trasferirsi nel
1876 è descritta come “un intero paese di gente che crede nella volontà”,
come un posto in cui si è liberi “di immaginarsi come non si è ancora”.
Lei pensa che questo valore si sia perso o che l’America sia ancora il
paese delle possibilità?
Credo
che nell’immaginario sia ancora così e che per molti non sia più di un
sogno, non sia mai stato che un sogno, ma naturalmente l’America è il
Nuovo Mondo e chi è giunto in America sognava una vita migliore, voleva
cambiare la propria, sfuggire da certe limitazioni. E’ un vecchio sogno,
ma credo che sia ancora diffuso. La realtà è che pochi hanno buone opportunità
e molti non le hanno, ma questo si verifica ovunque.
Veniamo
alla storia che lei ha scelto di raccontare in questo libro. Quando si
è imbattuta la prima volta nel personaggio che le ha ispirato la figura
di Marina Zalezowska, decidendo di costruire intorno ad essa un romanzo?
Mi
sono imbattuta nel personaggio sfogliando un libro in una libreria nel
1993. Era un libro su qualcos’altro ma di passaggio citava un’attrice
polacca che aveva deciso di emigrare in America alla fine dell’Ottocento,
abbandonando la sua carriera e fondando una comunità agricola, e che poi
era tornata sul palcoscenico diventando famosa in America. Ho pensato
che sarebbe stata una storia meravigliosa per me perché m’interessa il
teatro - questa è la storia di un’attrice-, conosco molto bene il teatro,
ho passato molto tempo con gente di teatro, ho scritto opere teatrali,
ho fatto regie teatrali, amo gli attori e credo di capirne abbastanza
bene la psicologia. Quindi il libro è ispirato alla storia vera dell’attrice
polacca che mi è venuta sotto gli occhi per caso in una libreria, ma naturalmente
io ho completamente reinventato tutto, ho cambiato anche i nomi, Marina
Zalezowska che in America semplifica il nome in Marina Zalenska non è
l’attrice polacca, anche se s’ispira a un personaggio realmente vissuto,
come accade in molti romanzi.
Marina,
la sua protagonista ha una vivida immaginazione che la aiuta a calarsi
nei panni delle eroine che interpreta sul palcoscenico, Marina è animata
da uno spirito ribelle, Marina non sopporta l’autoindulgenza e non è molto
tollerante con gli altri. Quanto di Susan Sontag c’è in quest’affascinante
personaggio?
Non
lo so, non lo so davvero, credo di mettere sempre qualcosa di me nei miei
personaggi principali, in questo libro mi rispecchio anche in altri personaggi.
Io sono facilmente scontenta di me stessa, sono molto autocritica, e questo
credo di averlo trasferito a Marina, è una qualità di cui sono fiera,
spinge sempre a fare meglio. Non direi che è intollerante, direi che è
molto critica nei confronti di se stessa. Credo che non si abbia diritto
di criticare gli altri se non si è critici nei propri confronti. E’ molto
appassionata, ama quello che fa, io sono molto appassionata, amo quello
che faccio, ma non penso ai miei personaggi come parte di me, penso a
loro come persone separate da me, ma è chiaro che presto a loro dettagli
della mia vita, aspetti del mio carattere, cose successe ad altre persone
e naturalmente invento molto, ma in realtà ogni cosa si ispira a un’altra,
qualcosa che si è sentita, che ha messo in moto la nostra immaginazione.
Parliamo
ora dell’utopia che anima una parte del libro. Marina e i suoi amici lasciano
le loro tranquille vite di intellettuali e artisti in Polonia per inseguire
il miraggio di una comunità agricola in California. Marina sembra credere
in quello che fa, ma quando le cose cominciano ad andare male, finiscono
i soldi, gli amici se ne vanno, lei torna al teatro e ottiene nuovi successi.
Non le pare che questo tramontare di un sogno sia troppo rapido e indolore?
No,
non credo. Non mi pare che sia affatto indolore, penso che sia un passaggio
pieno di tensioni. In quel momento la storia, che è raccontata da diversi
punti di vista, è affidata al punto di vista del marito. Lei dice che
il passaggio è indolore – è una reazione molto interessante, nessuno mi
aveva detto questo prima. Sto cercando di capire perché lei l’abbia giudicata
così. Forse è perché in quel momento la sua reazione è schermata, non
si sa in effetti cosa abbia pensato Marina, sappiamo cosa pensava il marito,
non lei. e questo naturalmente è un effetto voluto. Il marito ha molti
problemi, la gelosia nei confronti dello scrittore, ecc. e si sente molto
infelice. Non credo che sia indolore per lei ma è vero che il libro la
lascia un po’ in ombra in quel momento..
Ma
Maryna è molto veloce nel reinventarsi, non perde tempo a piangersi addosso…
Be’
è un’attrice, lei ha ragione, è molto mobile. Gli attori lo sono, sono
molto rapidi nel reinventarsi, è proprio così che sono, si trasformano.
Un’ultima
domanda. In un suo scritto del 1963 raccolto nel saggio Contro l’interpretazione
lei scriveva che i grandi scrittori si dividono nella categoria degli
amanti o dei mariti. E le grandi scrittrici? E lei come scrittrice, come
si colloca?
No,
non posso risponderle, era solo un modo di dire, è una cosa che ho scritto
quasi quarant’anni fa, è uno dei miei primissimi saggi , era solo un modo
di dire, non una teoria, era un espediente retorico senza alcun valore,
mi dispiace dirlo, e comunque io non mi giudico mai dall’esterno, non
mi iscrivo in nessuna categoria.
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