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Intervista a Abraham Yehoshua
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Abraham Yehoshua e' molto noto al pubblico italiano e molto amato per i suoi romanzi da L'amante a Cinque stagioni, a YehoshuaUn divorzio tardivo tanto per citarne qualcuno.
In Tutti i racconti, pubblicati in questi giorni da Einaudi, ha voluto presentare ai lettori italiani le sue prime prove letterarie. Gli chiediamo qual e' oggi il suo giudizio su questi testi.

Naturalmente il giudizio non e' univoco. Ci sono dei racconti che ho scritto molto tempo fa, quando ero giovane, a venti, ventuno, ventidue anni, e ci sono storie che ho scritto nel secondo stadio della mia carriera, quando ero piu' maturo. All'epoca ero uno scrittore molto lento e ho scritto il mio primo romanzo solo a quarant'anni.

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Comunque non rimpiango di aver rimandato la scrittura dei romanzi fino a quando non ero veramente maturo. Se potessi dare un consiglio ai giovani scrittori, direi loro, non abbiate fretta di scrivere il vostro primo romanzo. In questi racconti, e in particolare nei primi, l'assurdo, il rifiuto di una precisa situazione temporale e spaziale sono stati estremamente importanti per me. Hanno segnato la formazione della mia identita' di scrittore e la presa di distanza dagli scrittori della generazione precedente, tutti molto segnati dall'entusiasmo per l'esperienza collettiva della fondazione di Israele.

 

 

A proposito di modelli letterari lei ha fatto i nomi di Camus, Kafka e Agnon come ispiratori della sua narrativa, soprattutto agli esordi.
I lettori italiani di questi racconti pero' non possono fare a meno di pensare a Dino Buzzati per le atmosfere rarefatte e la perdita di controllo della realta'. Qual e' il suo rapporto con Il deserto dei tartari, le e' capitato di leggerlo da giovane?

No, ho letto Buzzati solo dopo e sono rimasto stupefatto nel vedere la somiglianza tra i miei primi racconti e quelli di Buzzati. Cio' fa capire che esistono tendenze generali che superano i confini nazionali. C'e' quello che chiamerei lo spirito di un periodo, di una generazione.
Ho scoperto per esempio che anche il grande scrittore premio Nobel, Nagib Mafuz scriveva, nell'Egitto degli anni cinquanta, dei racconti astratti, d'avanguardia, di stampo kafkiano. Penso che questo dipendesse dall'atmosfera generale del periodo, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, quando l'astrazione era una chiave per capire il mondo.

Mi pare che i temi principali di questa raccolta possano riassumersi in tre parole: stanchezza, crudelta' e solitudine. L'umorismo, se c'e', e' un umorismo nero.
L'amore per i personaggi, la compassione per loro e' stata per lei una conquista della maturita'?

Si' la solitudine e' importante, ma la solitudine e' un tema molto comune tra i giovani scrittori. Quando uno scrittore e' giovane si compiace della solitudine. Solo quando si hanno una famiglia e una rete di amicizie consolidate si capisce che per essere tristi o profondi non e' necessario descrivere solo situazione di solitudine.
C'e' qualcosa di adolescenziale nel tentativo di creare situazioni di estrema solitudine. Naturalmente alienazione e solitudine erano i temi dei miei primi racconti e anche di qualcuno dei successivi. Invece non sono tanto d'accordo sulla crudelta', credo che oggi nella letteratura postmoderna ci sia molta piu' crudelta' che nei miei primi racconti...

Ma la storia del treno che viene fatto deragliare tanto per movimentare le giornate di un gruppo di paesani non ha niente da invidiare alla letteratura pulp dei nostri giorni...

Si', ma quello era un racconto dell'assurdo, c'era il tentativo di ribaltare una situazione data. In quel racconto non c'e' la crudelta' per il gusto della crudelta', ma una specie di sfida alla morale consolidata e in un certo senso se paragonata con la crudeltà che c'e' ora nel cinema, nel teatro, mi pare molto blanda.
Direi che alla fine degli anni cinquanta, quando ho cominciato a scrivere, il mio scopo era quello di liberarmi di un atteggiamento romantico che veniva dal sincero idealismo della generazione di sionisti che mi aveva preceduto.

I personaggi intellettuali dei suoi racconti e dei suoi romanzi sono spesso in crisi di ispirazione, sono descritti nel momento in cui non riescono a concentrarsi sul loro lavoro.
Lei ha sperimentato periodi del genere o queste descrizioni sono una sorta di esorcismo?

Credo che siano piu' esercitazioni che situazioni reali. Ogni scrittore ha paura di rimanere a corto di ispirazione; uno scrittore non conosce le fonti della sua ispirazione, come viene questa puo' andarsene, puo' sparire.
Cosi' in un certo senso viviamo sempre sotto questa minaccia di finire l'ispirazione, di essere abbandonati dalle Muse e questo era il tema chiave del racconto "E il poeta continua a tacere cosi'" come di altri racconti.

Abraham Yehoshua lei insegna ancora all'universita'?
Qual e' o qual e' stato per lei il rapporto tra insegnamento e scrittura?

Ho insegnato a lungo all'universita' di Haifa ma non sono un ricercatore, mi occupo solo di scrittura. Non mi viene richiesto lavoro di ricerca all'universita. Insegno ancora e mi piace abbastanza insegnare anche se negli ultimi tempi comincio a risentire di una certa stanchezza.
Il mio scopo e' quello di illustrare ai miei studenti i segreti della cucina letteraria.
Non parlo di me come scrittore, non faccio mai riferimento ai miei libri in classe, ma provo a fornire agli studenti uno sguardo diverso sulla letteratura, non mi occupo di critica, cerco di adottare il punto di vista del cuoco, della persona che lavora in cucina, che conosce i segreti della ricetta e non si limita a criticare il piatto che e' in tavola.

Quindi lei crede che la scrittura possa in qualche modo essere insegnata?

Non insegno a scrivere dall'inizio, ma cerco di dare una visione dall'interno del mestiere letterario. Non insegno scrittura creativa, lavoro con studenti di letteratura e faccio soprattutto lavoro di interpretazione, questo e' il mio ruolo all'universita', fare interpretazione. Attraverso l'interpretazione credo che chi vuol fare lo scrittore possa capire molto.
A chi vuole scrivere dico sempre: leggi, leggi, leggi, meglio leggere che frequentare laboratori di scrittura per imparare a usare le frasi.