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Franco
Carlini.
Internet,
Pinocchio e il gendarme Chips
& salsa |
LE
PAROLE NUOVE: 3.0
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Irrompe a metà degli anni '90 l'Internet nella vita di tutti i giorni e di tutti noi. Sì l'Internet, con il suo bell'articolo davanti e eventualmente da considerarsi "sostantivo femminile", dato che mentalmente noi italiani la tradurremo come "rete". Si rivestirà rapidamente di suggestioni e di promesse, di speranze e di timori, questa parola che tuttavia nacque così tecnica e pratica, puro termine funzionale. Di per sé infatti, quando venne usata per la prima volta, sembra attorno al 1972, voleva soltanto significare che si era realizzato un circuito, un network, che collegava tra di loro diversi computer: era dunque un "internetworking", che l'uso colloquiale immediatamente troncò e rese più netto. Fin dalle sue origini, del resto, l'intero progetto, grazie alla passione tutta americana per le sigle e le parole nuove, si era buttatto in "net". L'Advanced Research Project Agency era l'ente federale che lo finanziò a partire dalla fine degli anni '60 e dunque la prima rete che realizzò questa connessione tra diversi nodi fisicamente lontani prese il nome di ArpaNet.
Dal punto di vista tecnico si trattava di sperimentare un sistema di trasmissione dei dati fino ad allora soltanto immaginato nei laboratori. L'invenzione consisteva nello spezzare la comunicazione in "pacchetti" i e nello spedire ognuno di questi blocchi separatamente, come se li si mettesse in una busta diversa. Apparentemente era tutto lavoro in più: rompere i messaggi secondo certe regole, imbustarli, spedirli e quindi, dall'altra parte, aprire le metaforiche buste, metterle in ordine e ricomporre il testo. Si guadagnava invece in efficienza perché sugli stessi fili del telefono potevano viaggiare diversi pacchetti, ottimizzando l'utilizzo del canale trasmissivo. Adeguati protocolli - ecco un'altra parola prelevata da un ambiente diverso, quello della diplomazia, e trasferita di peso nell'alta tecnologia - garantiscono che tutti i computer della rete usino le stesse regole. Sta proprio lì, nell'adozione di norme comuni e condivise per la comunicazione, il grande successo dell'Internet. Essa infatti di per sé non esiste, non è un oggetto né un apparato: i computer c'erano già e le normali linee telefoniche erano attive da decine d'anni. La genialità degli inventori dell'Internet, un gruppo assai ristretto di giovani ricercatori, alcuni di loro semplici borsisti universitari, derivò dall'aver scelto i giusti formati per i messaggi (diciamo le dimensioni delle buste) e per gli indirizzi (diciamo il Codice di Avviamento Postale). Dopo di che il dilagare di questa tecnologia avvenne solo grazie alla sua bontà, senza marketing né campagne pubblicitarie. Non senza, tuttavia, qualche slittamento e deviazione dai fini inizialmente pensati: nata per far parlare tra di loro i computer, l'Internet divenne rapidamente anche - e poi soprattutto - un sistema sociale in grado di far parlare tra di loro le persone. Dunque si trasformò da apparato tecnico e funzionale, in spazio colloquiale. In questa versione, oggi largamente dominante, anche la parola ha subito un ulteriore cambiamento. Se inizialmente aveva perso la coda, divenendo Internet, da Internetworking che era, ecco che negli anni '80 e '90 sovente cade anche il prefisso "inter" e resta soltanto The Net, la Rete. Il tutto scritto con le maiuscole, come fosse il nome proprio di un luogo: uno spazio, una comunità . E c'è da augurarsi che così continui a essere. | torna all'indice | L'idea era ottima e il sistema tecnico funzionava, ma occorreva trovargli un nome adeguato. Nel 1990-'91 Tim Berners-Lee era solo un giovane ingegnere informatico, assunto a contratto ai laboratori di ricerca di Ginevra dove si spaccano gli atomi e le particelle per vedere come sono fatti dentro: il CERN, tempio internazionale della fisica delle alte energie. Lui era stato destinato a un compito umile: cercare di mettere ordine nella montagna di documentazione scientifico-tecnica quotidianamente prodotta dalle migliaia di ricercatori fissi o in trasferta che al CERN lavoravano. Tutti ovviamente usavano i computer, ma ognuno a modo suo e con diversi programmi di scrittura. E comunque la comunità dei fisici delle particelle elementari era assolutamente sparpagliata in ogni angolo del globo e tutti già usavano i protocolli di rete dell'Internet per tenersi in contatto via posta elettronica o per spedirsi le copie preliminari dei loro lavori (i preprint) . Non esisteva tuttavia un magazzino unico per la documentazione. Occorreva dunque crearlo? La grande trovata di Berners-Lee fu di mettere in dubbio questa soluzione solo apparentemente logica e funzionale: era meglio non farne niente e lasciare che i testi continuassero a nascere e a vivere ognuno nel suo computer remoto, ma che tutti potessero essere raggiungibili e citabili grazie al loro indirizzo Internet. Come avviene sovente per le grandi invenzioni, nessuno crea dal nulla e molti dei materiali necessari - concettuali e materiali - già esistono al momento della nuova creazione. Il colpo di genio consiste nel mettere assieme i pezzi, di modo che il tutto abbia un valore superiore alla semplice somma degli addendi. In questo caso già l'Internet esisteva, così come esistevano molti computer capaci di produrre e gestire degli ipertesti: sono questi dei documenti suddivisi in blocchi, ma variamente legati tra di loro attraverso dei rimandi (dei legami, dei link); gli ipertesti però erano sempre stati realizzati all'interno di una singola macchina o al più di una singola rete locale (di un'università, per esempio). Insomma, l'Internet e gli ipertesti non si erano ancora incontrati e il grande merito di Berners-Lee consistette nell'immaginare le grandi possibilità di questo connubio e nell'escogitare il sistema tecnico grazie al quale quei link di prima potevano trasformarsi in hyperlink, a scala mondo. Una memoria di questa trasfigurazione verso l'Hyper persiste tuttora nella lettera H in cui ci si imbatte continuamente navigando per la rete. Http: denota il protocollo di trasferimento e Html è il linguaggio usato per scrivere le pagine in un formato universale, leggibile da tutti i computer. Per un po' di tempo, dunque, Tim Berners-Lee si interrogò sul nome da dare alla sua creatura. Una prima ipotesi era MOI (miniera di informazioni in inglese). Autoironicamente racconta di avere pensato anche a TIM (The Information Mine), ma "sarebbe apparso un po' egocentrico" - scive lui stesso. Alla fine venne l'idea della tripla doppia V. Sarebbe stato il World Wide Web, ovvero una rete (o ragnatela) grande come il mondo. E' il WWW che tutti oggi conoscono e che nella percezione comune viene fatto coincidere con l'intera Internet anche se, almeno concettualmente, ne rappresenta solo una delle possibili modalità. In italiano lo decliniamo al maschile, anche se lo traduciamo "ragnatela": così dicono i dizionari, registrando l'uso spontaneo e discorsivo del termine prima tra gli addetti ai lavori e poi nel grande pubblico. E poiché ogni metafora ben riuscita ne genera a sua volta delle altre, ecco che l'aver scelto la ragnatela come modello, ha fatto sì che i software automatici che percorrono la rete per raccogliere le informazioni, alimentando con esse i motori di ricerca, siano stati chiamati spider: instancabili ragni in movimento, tanto utili quanto invisibili. | torna all'indice | Laetoli in Tanzania, Burgess Shales in Canada, Leptis Magna in Libia. Sono tutti "siti": paleontologico il primo, uno dei luoghi più emozionanti della storia dell'umanità, dato che qui vennero trovate le impronte della camminata di due australopitecine che si muovevano affiancate sulla riva di un lago; avveniva 3,6 milioni di anni fa e l'andatura era bipede, eretta. Stavano per diventare Homo. Burgess Shale è una formazione rocciosa scoperta nel 1909 dal geologo Charles Walcott, nella Montagne Rocciose canadesi; è famosa perché contiene alcuni dei migliori e più strani fossili marini del Cambriano. Leptis Magna infine, città romana in Libia, è uno dei siti archeologici che i turisti finalmente possono riscoprire, essendosi riaperte le frontiere con quel paese. Agli inizi la parola sito, di stretta derivazione latina, indicava genericamente un posto e un luogo, ma è tra quelle che stavano rapidamente scomparendo dalla lingua quotidiana. Nessuno dice a un amico "come si chiama quel sito dove ci siamo incontrati l'altra volta?". Anche come participio passato, sito aveva ceduto il passo al più esplicito "situato". Per esempio: un robusto torrione, sito (situato) su un alto dirupo che controlla la valle sottostante. Così, progressivamente, il sito finì per essere usato solo dagli specialisti, divenendo un un termine colto e relativamente gergale. Siti geologici appunto, o archeologici o paleoantropologici. Parola umile e tuttavia espulsa dal parlare comune. Tuttavia dalla metà degli anni '70 le vicende linguistiche del "sito" sono cambiate di nuovo, e la parola ha riconquistato popolarità e uso di massa. Tutto merito dell'Internet, anzi del World Wide Web. Per tutta la prima fase dell'Internet ci si riferiva ai singoli computer che ne facevano parte come "nodi" (la metafora è quella appunto di una rete a maglie) o, più frequentemente e più tecnicamente come agli "host": computer ospiti che accolgono i visitatori e li servono. Ma come la rete diventa spazio sociale, ecco che la terminologia tecnica non appare più adeguata: le pagine Web ormai si presentano con una loro struttura comunicativa, con proprie metafore e identità culturali; non sono più, come avveniva nei primi tempi, dei semplici elenchi di materiali e di link. Qualche volta si definiscono Web-zines, ovvero fanzines adattate al web. Altre volte si ricorre alla metafora della "pagina di casa" (Home) per segnalare appunto che dietro quei files c'è un ambiente, delle persone, un'accoglienza. Ma nella grande maggioranza dei casi occorre una parola generica, che non sia tecnica. E' da questa esigenza linguistica che ricominciano le fortune del "sito", sia pure trascinando con sé una contraddizione: infatti si usa un termine di luogo per designare un qualcosa in cui la collocazione fisica è tra tutte la meno importante: il web, anzi, è stato inventato proprio per rendere trasparente (e cioè invisibile) la distanza; è un iperspazio dove lo spazio viene annullato. Ma pazienza, va bene così: sito è rinato felicemente e proprio il fatto che fosse caduto in desuetudine lo ha reso disponibile a un nuovo utilizzo completamente diverso e suggestivo. | torna all'indice | Porta è sempre stato diverso da portale. E' vero nel linguaggio comune, così come in architettura e in informatica. La prima è oggetto elementare e puramente strutturale, mentre il secondo è un artefatto più elaborato e ambizioso. Una casa senza passaggi (porte) da una stanza all'altra sarebbe inabitabile, ma la loro utilità non deriva da una presenza, bensì dall'aver tolto qualcosa - un pezzo di muro - per dare accesso.
Porte logiche si chiamano a loro volta le strutture elementari dei circuiti a semiconduttore - i chip. In questo caso non c'è solo passaggio, ma anche elaborazione dell'informazione: ciò che entra da un lato (dall'input) viene trasformato in qualcosa di diverso dall'altra parte (l'output). Tutte le prestazioni mirabolanti della microelettronica derivano dalle porte logiche (in inglese gate) variamente connesse all'interno dei microprocessori. Portale è altro e molto di più. E' adornato, scolpito magari dipinto. Cresce in dimensioni e in decoro. Ma attenzione perché tutto quel di più non è mai un fatto puramente estetico; non si tratta di sovrapposizioni e abbellimenti alla funzione semplice dell'ingresso in una chiesa o in un palazzo. Certo realizzando un portale l'abate o il marchese celebrano anche se stessi, la propria religione, il proprio casato. Ma lo scopo non è mai soltanto quello di stupire il popolo con un'esibizione di fasto. Il portale - a differenza della porta - ha un'ambizione in più: si vuole far notare per quello che è e che racconta; non si accontenta di essere attraversato, ma vuole essere guardato. A ben guardare è la stessa differenza che esiste tra il linguaggio scritto-stampato e quello visivo. L'umile parola, nel suo apparire sulla pagina, cerca di non farsi notare: è lì in funzione puramente strumentale perché il lettore l'attraversi rapidamente, arrivando alle idee o alle emozioni che stanno dietro la parola scritta. Tutta l'arte tipografica del libro è consistita nel creare formati molto semplici e leggibili che non interferissero con il fine vero della lettura, quello di dare accesso al nucleo di idee sottostanti. Per questo via via sono scomparsi tutti gli eccessi grafici e decorativi: bianco e nero, al massimo qualche capolettera. L'immagine invece - del tutto legittimamente - vuol farsi ammirare; contiene un valore in sé, che come tale chiede di essere apprezzato. Lo stesso fa il portale: esso chiede all'entrante di fermare se stesso e il suo sguardo. A seconda delle culture e dei tempi, il portale propone al "lettore" delle vere e proprie narrazioni. Religiose, storiche, allegre o tragiche. In un mondo illetterato le raffigurazioni iconiche sono quanto di meglio si potesse escogitare (fin dai tempi degli stupefacenti affreschi delle grotte di Lascaux) per raccontare ed educare. Qualcosa del genere, anche se molto meno artistica e creativa, avviene con i portali Internet. E' un altro caso questo di un termine antico e colto, prelevato dal suo contesto per essere proiettato in un altro universo. In questo caso nel pieno della New Economy. Si chiamano portali infatti quei siti Internet che offrono ai propri visitatori una grande pluralità di servizi - di norma tutti gratuiti - prefiggendosi lo scopo di avere molti utenti e dunque molta pubblicità. Offrono motori di ricerca, posta e pagine personali gratuite, andamento delle azioni di borsa e previsioni del tempo. Un po' di tutto insomma. Proprio come i portali delle basiliche sperano che il viandante si fermi e guardi bene e a lungo, piuttosto che transitare attraverso di loro come semplice porta di ingresso nell'Internet. Insomma, il vecchio portale è divenuto un modello di business. E siccome non ci sono in giro molti architetti né scultori web di fama, tutti i portali finiscono penosamente per assomigliarsi nella grafica come nella disposizione dei materiali. La parola è la stessa, ma l'abisso di bellezza e di cultura tra i vecchi e i nuovi portali è immenso. | torna all'indice | E' forse la più famosa tra le espressioni che cominciano con e-trattino. E-book, ovvero libro elettronico. Il termine si sta diffondendo anche se non è affatto chiaro che cosa significhi davvero e quale sarà il risultato finale. Per ora, come sempre avviene quando un fenomeno nuovo incide su quelli precedenti senza tuttavia spodestarli completamente, ci si accontenta di un nome provvisorio. Nel caso del libro elettronico, del commercio, della posta, e di tante altre attività che esistono da sempre, l'uso del prefisso "e-" serve a ricordare che l'e-mail è un po' come la vecchia posta, ma anche diversa. Che il commercio consiste pur sempre di un venditore che offre e di un compratore che acquista, ma che le modalità e i canali dell'interazione sono differenti. Ma quanto differenti? La questione è tutta lì e la risposta non è mai univoca, né decisa una volta per tutte. Per l'e-libro, poi, c'è qualche confusione in più. Lo stesso termine infatti viene impiegato per indicare molte cose. Alla base c'è comunque un fenomeno da tempo consolidato: praticamente ogni volume o testo a stampa oggi prodotto, passa almeno un po' della sua vita in un computer, in formato digitale. Sono infatti rarissimi i testi stampati a piombo, ricorrendo alle calde linotype.
Questa condizione di base, comune ormai alla stragrande maggioranza dei romanzi, dei saggi scientifici e di ogni altra pubblicazione ha finora inciso solo su due fasi della vita del libro - la scrittura e della impaginazione. Stampa e distribuzione sono invece rimaste quelle tradizionali. Da qui due idee analoghe ma anche divergenti di libro elettronico. L'una punta a eliminare la carta, offrendo in vendita appositi apparati, del formato di un libro, ma di plastica e dotati di schermo a cristalli liquidi, per leggervi molteplici testi che verranno caricati in memoria. Tali e-lettori svolgerebbero la stessa funzione dei riproduttori di musica portatili: sono dei leggeri e universali voltapagina che potrebbero essere alimentati da dischetto, da CD o direttamente da Internet. Esistono già in vendita molti di questi apparati e nessuno sembra riscontrare un qualche successo significativo. Forse perché i lettori di libri sono tutti degli inguaribili tradizionalisti che aborrono le nuove tecnologie? Niente affatto. Il motivo è che rispetto al supporto di carta restano comunque più scomodi e meno usabili. Altra strada è quella della stampa su domanda: un libro fuori catalogo, ma pur sempre esistente negli archivi elettronici può essere stampato su misura e a richiesta dello studioso o dell'appassionato che lo voglia. Potrà avvenire sulla stampante laser di casa sua oppure presso appositi centri di servizio, magari nelle stesse librerie e biblioteche di oggi. Qui la rete svolge il ruolo insieme di deposito e di canale di distribuzione, ma l'oggetto che si ottiene è in tutto e per tutto identico a quello di prima, con tanto di pagine di carta e di copertina originale. A regime si immagina che il processo possa riguardare non solo i libri del passato, ma anche i nuovi: l'editore curerà solo la scelta e l'editing dei libri, ma pubblicherà solo su domanda, abbattendo i costi di un bel 50 per cento. In nessuno di questi casi viene messa in discussione la natura profonda del libro, e cioè il suo essere un prodotto d'autore, fisso e immutabile nel tempo (un prodotto finito e chiuso). E probabilmente è bene così. Altri prodotti culturali di tipo ipermediale e ipertestuale hanno affiancato il libro così come finora l'abbiamo conosciuto: hanno autori multipli, i testi sono mutevoli nel tempo, hanno una trama reticolare e non lineare. Ce ne sono di ottimi e di scadenti -così come avviene anche per i romanzi e i saggi. Ma sono un'altra cosa. Queste molteplici forma di circolazione delle idee conviveranno con le precedenti senza necessariamente spodestarle. Il libro perde l'esclusiva, ma non perde la sua ragione d'essere. | torna all'indice | Fino agli inizi degli anni '90 il cellulare, in italiano, era quel furgone irrobustito da sbarre con cui vengono trasferiti i detenuti; in pratica una sorta di cella carceraria mobile. Venne poi il telefonino, termine gentile con cui si indica un apparato per la telefonia mobile, senza fili. Il diminutivo rendeva conto precisamente delle ridotte dimensioni del nuovo oggetto di consumo, ma ne sottolineava anche il carattere un po' ludico e un po' di gadget di lusso. Ma non è durato molto il telefonino, venendo soppiantato, più di recente dal cellulare; il nuovo termine sembra indicare un definitivo ingresso nella rispettabilità e nell'alta tecnologia, una cosa seria, mica un gioco, anche se pochi sanno perché lo si chiami così. In realtà il motivo è semplice e preciso: quegli apparecchietti tascabili utilizzano una tecnica di trasmissione dei dati che suddivide il territorio in celle, ognuna delle quali è dotata di una sua antenna per la trasmissione e la ricezione dei segnali. Il vantaggio di questa soluzione è doppio: da un lato poiché le celle sono abbastanza piccole non è necessario che gli apparecchi abbiano molta potenza; perciò possono essere minuscoli e le loro batterie durano più a lungo.
Dall'altro e soprattutto, le frequenze, che sono una risorsa scarsa possono essere usate ripetute volte in celle diverse. Concettualmente la cosa è abbastanza semplice, ma realizzarla praticamente non è banale, perché occorre che nel passaggio da una cella all'altra ilsingolo apparecchietto cambi la sua frequenza di lavoro e il tutto deve avvenire istantaneamente, senza cadute nella comunicazione. Dunque -e a voler essere pedanti - non è il nostro telefonino ad essere cellulare, ma lo è la tecnica di trasmissione da lui usata. L'arrivo del telefono cellulare ha comunque generato non solo dei costumi sociali stravaganti, su cui gli antropologi e i comici si sono già esercitati, anche altri curiosi fenomeni che certo i linguisti potranno spiegare. Così quando si abbia a che fare con il vecchio telefono, siamo soliti dire "chiamami al telefono", ma volendo riferirsi ai telefonini, si dirà più facilmente "chiamami sul cellulare". "Sul", ovvero "sopra il", quasi fosse un cavallo o una scopa volante, anche se in realtà è il cellulare che sta su di noi (nella tasca, in borsetta, nello zainetto). Eppure la spontanea invenzione linguistica, a ben pensarci, ha un qualche senso. L'espressione "al telefono" ben corrispondeva al fatto che fino all'altro ieri l'unico telefono era un apparecchio fisso. Dunque qualcuno rispondeva e, se non era per lui, gridava per la casa: "Giovanni, vieni al telefono": corretto e preciso, per indicare esattamente un movimento verso l'apparecchio. Invece l'avverbio "su" è probabilmente una traduzione dell'inglese "over": con il nuovo apparato tecnologico abbiamo utilmente importato anche la locuzione straniera "over the phone". Utilmente perché l'uso di un avverbio diverso finisce arricchisce implicitamente l'informazione e fa meglio capire di che oggetto si tratti, se quello fisso o quello mobile. Naturalmente l'evoluzione delle parole non si ferma qui: incombono nei prossimi mesi molte sigle minacciose come WAP (Wireless Application Protocol), GPRS (General Packet Radio Service) e UMTS (Universal Mobile Telecommunications System). Sono i telefoni cellulari di terza generazione che saranno dotati di capacità trasmissive molto superiori tanto che con essi dovrebbe essere possibile navigare in Internet, ascoltare musica e trasmettere immagini. Il loro imminente percorso linguistico sarà tutto da studiare, dato che appare umanamente impossibile immaginare un uso disinvolto di tali acronimi. Con l'unica eccezione peraltro del WAP, che suona bene anche in italiano e che ha già generato un verbo che campeggia nelle pubblicità di questa estate dell'anno duemila: "wappami" dice lei a lui, e chissà che cosa intende. | torna all'indice | Questo è un altro caso di una tecnologia deviata dai suoi fini e felicemente trasformata ben al di là delle intenzioni degli inventori. Quando, dopo lunghe e estenuanti trattative, gli ingegneri europei delle telecomunicazioni emisero infine lo standard di telefonia cellulare chiamato GSM, la possibilità di inviare dei messaggi scritti era un elemento del tutto secondario. Tuttavia la tecnica e i formati allora decisi lo consentivano, sia pure in forma assai rudimentale e ridotta. Si convenne dunque che gli utenti dei nuovi telefoni potessero usufruire di un servizio in più, chiamato SMS. La sigla vuol dire Short Message Service, servizio di brevi messaggi. Le attuali limitazioni tecniche fanno sì che la lunghezza massima del pacchetto sia di 160 caratteri e il messaggio viaggia per gli stessi canali digitali usati dalla comunicazione verbale. Il destinatario sente squillare il suo telefono e vede sul display l'informazione: "c'è un messaggio per te". Può allora leggere il testo e naturalmente rispondere usando lo stesso mezzo. Nelle intenzioni degli ingegneri si trattava, del tutto ragionevolmente, di una prestazione secondaria; infatti 160 caratteri sono davvero molto pochi e comunque immaginavano che gli abbonati avrebbero usato di preferenza la segreteria telefonica, di cui ogni cellulare che si rispetti è fornito. E invece gli SMS sono divenuti un fenomeno di massa, ormai studiato dai sociologi e dai linguisti. E sì, perché l'acronimo del servizio SMS ha finito per connotare il contenuto dello stesso (ti mando un SMS, si dice, e non già di mando un Breve Messaggio). Alternativamente e in maniera molto più simpatica, i messaggi brevi si sono trasformati in "messaggini", dove il diminutivo rende conto contemporaneamente della brevità del testo ma anche del suo uso prevalente, che è affettuoso e sociale. Se si vuole sono l'analogo dei bigliettini di carta che ci si buttava in classe da un banco all'altro. Di messaggini ne circolano ogni giorno, sulle reti degli operatori cellulari, tra i 15 e i 20 di milioni e poiché gli utenti di telefoni cellulari sono in Italia circa 30 milioni, ciò significa che un telefonista su due ne manda uno al giorno, in media. I primi messaggi di posta elettronica via Internet potevano contenere solo caratteri alfanumerici, senza lettere accentate né simboli strani e non erano in grado di convogliare immagini o altri documenti "attaccati" al corpo del messaggio, come oggi invece è possibile. Soprattutto era cura di ogni scrivente limitarne al massimo la lunghezza perché lente erano le connessioni telefoniche e i modem. Da quel limite tecnico derivò una stenografia spinta e la creazione di una moltitudine di facce, faccette e simbolini, destinati a arricchire con una grafica elementare la secchezza delle poche parole. Lo stesso è avvenuto con i messaggini: per comunicare di più in poco spazio, i giovani hanno escogitato codici linguistici scarni ma assai efficaci. Si tratta infatti non solo di utilizzare al meglio i famosi 160 caratteri, ma anche di risparmiare nel tempo di scrittura, dato che il tastierino dei cellulari è quanto di meno ergonomico si possa desiderare per scrivere a macchina (in media per inserire un carattere occorre battere due-tre tasti in sequenza e gli sbagli sono assai frequenti). E già che si siamo, perché sprecare byte con gli spazi bianchi tra una parola e l'altra? SiPuòBenissimoScrivereCosì, eliminando ogni stacco, ma denotando invece l'inizio di una nuova parola con una lettera maiuscola. E' la sfida dello spazio corto, ma anche una vera invenzione letteraria, stimolata dalla scarsità delle risorse. | torna all'indice | Sono poche le parole che mantengono immutato nel tempo il loro significato originario. Quasi tutte, invece, nel corso della loro vita slittano anche verso altri significati che affiancano quello primitivo o che addirittura lo soppiantano. Ma il termine hacker ha conosciuto una evoluzione particolarmente sfortunata. Nei mezzi di comunicazione di massa, infatti, esso ormai viene usato quasi esclusivamente per descrivere i pirati informatici (di solito giovani), capaci di penetrare nei sistemi computerizzati altrui, magari facendo danni miliardari. Agli inizia tuttavia, le cose erano assolutamente diverse: hacker era parola gergale derivata dal verbo "to hack", alla lettera "tagliare, fare a pezzi", il quale già aveva prodotto, in America, l'uso popolare "hack it", che vuol dire farcela. E' dalla confluenza di questi due significati che nasce, probabilmente nei corridoi del Massachusetts Institute of Technology, il moderno hacker, inteso come uno che, tagliando, e sminuzzando il software, rimette a posto i pezzi, li modifica, e "ci riesce". In sostanza hacker contiene in sé due valori: la competenza tecnica e un atteggiamento psicologico. La prima è fatta soprattutto di un saper fare empirico e non privo di genialità. Infatti il software ha sì regole e teoremi (pochi), ma soprattutto è un prodotto originale e artigiano. Ed era tale soprattutto nei primi anni (diciamo almeno fino alla fine degli anni '80) perché le risorse erano poche e costose e dunque occorreva inventarsi soluzioni furbe per riuscire a far fare alla macchina quello che si voleva, usando la poca memoria e le limitate capacità di calcolo. E qui c'entra appunto la mentalità: l'hacker non è un semplice programmatore, ma un vero amante delle macchine con cui intrattiene un rapporto intenso e intimo, caratterizzato anche da particolari rituali, come il lavorare di notte e in solitudine (sì, la notte, perché di giorno i computer delle università sono sovraccarichi di utenti, mentre alla sera sei solo e il processore è tutto a tua disposizione). Nelle versioni patologiche l'hacker può anche farsi prendere da deliri di onnipotenza: se il programmatore tranquillo crea del software per affrontare una situazione pratica, per l'hacker, programmatore compulsivo, il problema da risolvere può risultargli del tutto secondario, perché quello che conta è provare a se stesso (e alla macchina) che "sono capace di farlo" (di farglielo fare). Si capisce allora come questo atteggiamento di amore e di sfida verso la tecnologia abbia generato anche le incursioni abusive nei computer altrui: per dimostrare la propria capacità; per far vedere a tutti che i grandi sistemi sono mal progettati; eventualmente per smascherare, rendendoli visibili, i segreti più custoditi. La sfida alla macchina e al loro potere diventa anche sfida ai poteri tout court, quelli delle grandi corporation o dei governi. Da qui l'uso criminalizzante del termine, oramai invalso e purtroppo maggioritario; il quale non rende giustizia a quella che è una vera cultura di gruppo, tuttora ricca e originale, né alla virtuosità tecnico-pratica dei veri hacker. Lo spot televisivo "1984" con cui debuttava il computer Apple Mcintosh nel 1984, (l'anno appunto del grande fratello di Orwell), è la celebrazione industriale e di questa cultura: prendiamoci i nostri computer dal basso, perché la tecnologia libera e ci libera. Certamente ingenua come idea, ma tutto fuorché criminale. | torna all'indice | Ecco un tranquillo termine anat. zool, (anatomico zoologico) che è stato proiettato a sinonimo dell'alta tecnologia dell'informatica e delle comunicazioni. Non senza generare, in corso d'opera, alcuni fraintendimenti. Digit vuol dire dito e poiché la gran parte degli umani impara a far di conto sulle dita, da sempre viene usato nella lingua inglese per indicare le singole cifre di un numero: per intenderci 1 è il primo digit del numero 128. Vennero poi i computer elettronici, le macchine da calcolo degli anni '40. E tra le molte tecniche possibili ebbe la meglio (perché più efficiente e più facile da realizzare) quella che per codificare l'informazione prevedeva di usare solo due livelli di tensione elettrica che potevano essere intesi come interruttore aperto o chiuso, tensione alta o bassa. Con le valvole di allora due livelli elettrici distinti si potevano gestire bene, mentre se si fosse chiesto loro di rappresentare i numeri con 4 o magari dieci livelli distinti di tensione, le complicazioni sarebbero risultate insormontabili. Dunque, con un colpo solo, gli elaboratori elettronici nascevano insieme digitali (e cioè numerici) e binari, ovvero basati su un sistema di numerazione che utilizza due simboli soltanto: zero e uno. Poteva essere digitale in base sedici (esadecimale) e in effetti molte delle codifiche di livello superiore avvengono proprio in questo strano sistema numerico che usa anche le lettere (per esempio FF è il numero decimale 255). Ma così non fu per motivi eminentemente pratici. Oppure poteva non essere affatto numerico, il computer, ma analogico. Del resto vennero realizzati eccellenti elaboratori analogici e alcuni esistono ancora, per fini specialistici. Ma erano ottimi solo per certe prestazioni, mentre risultavano poco gestibili per attività generaliste. Fin qui la tecnica e la matematica sottostante, che però si è vestita negli anni di implicazioni culturali e sociali. Molti tra quelli che diffidano delle nuove tecnologie amano contrapporre l'analogico al digitale, quasi fossero due visioni del mondo. Il primo dunque sarebbe il mondo reale, che è ricco di sfumature e di complessità interessanti, mentre il secondo ne offrirebbe una rappresentazione impoverita: o è zero o è uno, o è Bianco o è Nero, senza mezzitoni. Viceversa, gli apologeti delle nuove tecnologie usano la parola digitale come sinonimo di modernità, di progresso, persino di rivoluzione sociale ed economica e nemmeno loro fanno un buon servizio all'umile digit. Entrambi questi atteggiamenti appaiono un po' fasulli e manichei: una rappresentazione numerica di fenomeni che sono per loro natura continui può essere talmente prossima all'originale da risultare assolutamente indistinguibile: basta che il campionamento sia molto fitto ed ecco che anche una curva a scalini si confonde con quella continua. Nello stesso tempo ci sono molte situazioni in cui la descrizione numerica è inutile o persino fastidiosa: l'attuale declino degli orologi da polso a display digitale non è tanto una moda quanto la saggia constatazione che la precisione al decimo di secondo può essere necessaria per stabilire chi va in pole position nella Formula Uno (e anzi non basta, perché servono i millesimi di secondo), ma è del tutto superflua e persino fastidiosa nella vita quotidiana scandita da appuntamenti alle dieci meno un quarto di lunedì e giammai alle 09:42 dello 04:12:2000. | torna all'indice | Il più grande svarione linguistico degli ultimi anni è legato alla parola virtuale. Fin dai libri di filosofia, ma anche nel parlare comune, l'aggettivo era sempre stato usato per indicare qualcosa che esiste solo in potenza, senza essere ancora realizzato: uno "stato di belligeranza virtuale" vuol dire che la guerra non è ancora scoppiata, ma che potrebbe succedere da un momento all'altro. L'espressione "realtà virtuale" venne invece utilizzata, fin dagli anni '80, per descrivere un insieme di tecniche hardware e software che permettevano di avere esperienze percettive di mondi inesistenti o inaccessibili: immersioni negli oceani, voli in cielo, passeggiate senza gravità, ottenuti per mezzo di speciali visori da indossare e di guanti pieni di sensori elettronici, grazie a cui interagire con quei mondi fittizi. Qui nasce l'equivoco: perché i contesti erano sì artificiali (per esempio generati da potenti computer videografici), ma l'esperienza sensoriale era in tutto e per tutto reale, nel senso che effettivamente dei raggi di luce arrivano nella mia retina, provenendo da un oggetto esterno, ne eccitano i recettori, viaggiano nella circuiteria dei neuroni e alla fine stabiliscono una rappresentazione mentale di quell'oggetto. Tutto assolutamente vero, nel senso di fisiologico e normale. Del resto colui che ideò e realizzò le prime apparecchiature di realtà virtuale, l'americano Jaron Lanier, era spinto da un massimo desiderio di realtà e di fisicità: "mi piaceva immaginare di poter suonare la musica muovendo le dita nell'aria, come se usassi una chitarra invisibile, oppure danzando e saltando" - ha raccontato. E del resto cosa c'è di più reale e di più carnale del nostro corpo fisico? Si levarono tuttavia subito in piedi (e ancora non si sono calmati né seduti), i custodi inflessibili del Reale Reale con tutte le maiuscole al posto giusto. E sentenziarono che tali esperienze sensoriali erano droga, anzi forse peggio, perché separavano la vita vera dal mondo delle fantasie. Di conseguenza avrebbero avuto effetti sociali deleteri sia per i singoli che per la società nel suo complesso. Naturalmente non si è realizzata alcuna di queste catastrofi culturali. Certo, esistono adulti e ragazzini che stanno per ore appesi ai video giochi, ma non sono i video giochi il male, quanto ogni attività che assuma caratteristiche totalizzanti nella vita di una persona: anche passare molte ore al giorno a leggere Alessandro Manzoni può essere il sintomo di un rapporto squilibrato con la realtà, ma nessuno si sognerà di dare la colpa allo scrittore o ai libri che descrivono mondi lontani e virtuali. L'altro equivoco che la discussione sul virtuale ha portato malauguratamente con sé, riguarda l'idea del naturale e dell'artificiale. Chi contrappone i due termini sembra non rendersi conto che da quando Homo è sapiens, questa specie scesa dagli alberi un po' per caso e rizzatasi faticosamente in piedi come un "Bipede Barcollante", ha dedicato tutte le sue energie a artificializzare il pianeta, se non altro per sopravvivere essa stessa. Dunque tutta la natura che conosciamo è in qualche mondo artefatta (ovvero "fatta a arte", magari con grande sapienza) e stabilire i confini tra i due mondi è esercizio prevalentemente inutile. Ovviamente la Coca Cola prima non esisteva, ma nemmeno il miglio domesticato 10 mila anni fa è un prodotto della Natura Natura. E così tutti i segni del vituperato virtuale hanno, in linea di principio, la stessa importanza culturale degli affreschi delle grotte del neolitico. Saranno i posteri a dire se è arte, trash molto intellettuale o vera spazzatura da seppellire come memoria non gradita. Con tutto il rispetto per la spazzatura, peraltro, preziosa fonte di ricerche per ogni moderno archeologo. | torna all'indice | Il pilota non si limita a tracciare la rotta di una nave sulle carte nautiche, ma raccoglie tutte le informazioni di ritorno (delle correnti, dei venti) e adegua a queste la posizione del timone, di modo che l'obbiettivo sia mantenuto. Del tutto ragionevolmente, dunque, i matematici e gli ingegneri che negli anni '40 e '50 fondarono concettualmente le discipline del controllo dei sistemi, si ispirarono al greco (kybernetes - s) per dare un nome alla loro scienza, che appunto venne denominata cybernetica. Andrà ringraziato Norbert Wiener per tale omaggio alla classicità, e pazienza se i suoi concittadini americani, ignorando la pronuncia corretta, la storpieranno in "saibernetics", così come erroeneamente dicono "maicron" anziché "micron". Però nessuno tra noi mediterranei dovrebbe sentirsi provinciale o arretrato se continua a chiamare cibernetica la cibernetica. Dunque è teoria del controllo nei sistemi complessi, dove molte parti interagiscono tra di loro e dove, di conseguenza, la catena degli eventi casuali non è lineare. L'idea, molto ingegneristica, ma assolutamente felice, è di trattare ogni stadio di un processo come una scatola nera, così nera che quello che c'è dentro risulta invisibile e, al limite, non è nemmeno importante. Ciò che conta è cosa entra (il famoso input) e cosa ne esce (l'output); il processo di trasformazione dell'uno nell'altro viene descritto da una apposita funzione di trasferimento la quale, negli apparati pratici, potrà essere realizzata in molti modi diversi: sarà quello un compito dei fabbricanti, mentre all'ingegnere sistemista importa solo la funzione. Con una variante tuttavia: che l'imput può anche dipendere in qualche misura dall'output; può capitare cioè che l'uscita di una scatola alimenti all'indietro (feed-back) l'ingresso, come è ben evidente nella più famosa delle macchine cibernetiche, il termostato. Questo provvidenziale apparecchio fa sì che quando la temperatura sale troppo, la caldaia si spenga (viene inviato un feedback negativo) e che si riaccenda solo quando una certa soglia inferiore di temperatura viene toccata. Per Wiener questo approccio sistemico si applicava altrettanto bene alle macchine quanto ai sistemi viventi: è una cosa che oggi ci appare del tutto scontata, in tempi di confluenza tra le diverse discipline, ma allora era assolutamente anticipatoria e si rivelò assai feconda. Tutto ciò è molto serio e molto tecnico, ma dalla fine degli anni '80, cyber diventa anche un prefisso suggestivo, trasmigrando quasi completamente dai manuali di scienza dell'informazione alla narrativa. Cyberspazio è il termine coniato dallo scrittore William Gibson in Neuromancer (1984). Allude a fenomeni sociali e antropologici, scatenati dalla tecnologia e viene usato per indicare un mondo insieme parente ma anche diverso da quello reale. E' la Matrice (termine matematico anch'esso), è la Rete, è - secondo una delle possibili definizioni in circolazione - "la totale interconnessione degli esseri umani attraverso computer e telecomunicazioni, a prescindere dalla collocazione fisica geografica". Sembra di averla già sentita questa storia, vero? Ma ciò che appare ovvio nell'anno 2000, con alcune centinaia di milioni di persone che vanno sull'Internet, non lo era affatto nel 1984: sembrava fantascienza e, come al solito, era realtà. Per tutta una fase Cyberspazio è stato usato dai profeti della Rete in contrapposizione allo spazio reale, per sottolineare che lì stava succedendo qualcosa di radicalmente nuovo, riguardo alle relazioni tra le persone. E' lo stesso processo di analogia-contrapposizione che in tempi più recenti è stato percorso dalla espressione Nuova Economia. Dopo di che il nuovo non è mai completamente tale, ma non è nemmeno la semplice prosecuzione del vecchio. Ci sono dei punti di rottura e ci sono delle continuità. Il prefisso cyber, variamente impiegato davanti alle parole precedenti, serve dunque assai utilmente a declinare le nuove versioni di cose e fenomeni preesistenti e il loro cambiar pelle: cybergirl, cybersesso, cybermercato, cyber-di-tutto-un-po'. | torna all'indice |
Va a finire che i virus informatici, come i più recenti Melissa o I Love You, risulteranno alla lunga più famosi e noti, di quelli veri, biologici, come l'herpes o il micidiale HIV, che produce l'Aids. Il passaggio di parola dalla biologia all'informatica è ovviamente puramente analogico, ma è uno di quei casi in cui l'analogia è davvero coerente e ben riuscita. I virus dei computer, infatti, mimano dai loro colleghi fisici alcune caratteristiche essenziali, quelle che fanno di un virus un virus, ovvero un vero agente infettivo. Tanto per cominciare sono capaci di passare da un organismo a un altro; in questo caso da un computer a un altro. E per farlo utilizzano un "vettore", ovvero un altro organismo che svolge la funzione di trasportatore. Per esempio il Plasmodium che provoca la malaria usa le zanzare Anofele per passare da maiale a uomo oppure da uomo infettato a altro uomo. La zanzara non soffre, né si accorge della funzione che sta svolgendo; semplicemente veicola l'oggetto estraneo, consegnandolo a destinazione. Per i computer il vettore principale, per lungo tempo, sono stati i dischetti, i floppy disk, ma negli ultimi tempi la rete Internet si è dimostrata un canale di distribuzione molto più efficace (o, se si vuole, molto più micidiale). Ogni virus biologico degno di tale nome, poi, ha un unico obbiettivo nella sua vita: quello di moltiplicarsi il più rapidamente possibile. E' un fine scritto nei geni di ogni organismo vivente che però nei virus è portato a livelli esasperati: milioni di copie di se stesso, senza bisogno di cercare un partner né di accoppiarsi. Qui le cose cominciano a farsi differenti, tra i virus della biologia e quelli dell'informatica. I primi infatti, se fanno danno all'organismo ospite, provocandogli delle infezioni, lo fanno solo per assicurarsi un successo riproduttivo. Oltre a tutto l'infezione che provocano è bene che non sia troppo dannosa; infatti se l'organismo ospite morisse, anche quella famiglia di virus sarebbe destinata all'estinzione. I più furbi tra i virus in circolazione, dunque, non danneggiano eccessivamente l'organismo, ma trovano un equilibrio tra il danno e la possibilità di diffondersi al meglio verso altri ospiti. E' per questo che esistono molte forme non letali di malattie virali (anche certe varianti di malaria endemica dove le persone sono in pratica sempre ammalate). Anche i virus informatici fanno dei danni al loro computer ospite, ma questi non sono finalizzati alla diffusione della malattia; sono invece dei danni come la cancellazione di files dall'hard disk che vengono eseguiti per pura malignità. E il motivo è molto semplice: questi organismi non sono stati creati dall'evoluzione, ma sono invenzioni dell'ingegno umano, con un fine beffardo o "cattivo". E ancora: se il virus naturale ha bisogno di moltiplicarsi molte vole nell'organismo ospite, quelli dell'Internet di solito sono in grado di schizzare rapidamente verso altri organismi a partire dall'esistenza di una sola copia. In sostanza, appena entrati in una macchina fanno due o tre cose: primo, si nascondono in qualche file nascosto, camuffandosi come fossero dei normali programmi o documenti; secondo, vanno a cercare un elenco di indirizzi di posta a cui spedirsi, via rete. Terzo, ed eventuale, fanno un po' di danni qua e là. L'attività di autospedizione in forma di messaggio di e-mail è abbastanza facile da realizzarsi, ed è diventata un elemento essenziale della proopagazione virale: i destinatari infatti ricevono il dannoso messaggio da dei mittenti che conoscono e di cui probabilmente si fidano. E se poi il messaggio è affettuoso-allettante come "ho una bella notizia per te", oppure "ti amo", chi potrebbe resistere. E' un trucco che non utilizza le debolezze nascoste dei computer, ma i bisogni e i desideri di relazione di noi umani. E per questo ha avuto così tanto successo. | torna all'indice | Nella sua accezione più banale l'interfaccia è quella cosa, fisica o simbolica, che sta in mezzo (inter appunto) a altre due. E di solito una delle due è un umano. Dunque l'interfaccia è chiamata a svolgere un duplice ruolo, ha una doppia faccia. Da un lato guarda verso l'uomo, dall'altro parla alla macchina. E' strato sottile, fisico o simbolico che mette in rapporto due mondi oppure se, si vuole essere molto materialistici, due sistemi o apparati. Anche l'uomo infatti è una macchina: biologica e assai complessa. Né c'è bisogno di scomodare obbligatoriamente i computer per trattare di interfacce: sono tali anche le maniglie delle porte o le manopole della cucina a gas. Questi due esempi non sono fatti a caso, si tratta infatti di due interfacce di solito progettate assai male, almeno dal lato uomo: esse infatti non sono quasi mai autoevidenti, non propongono al loro utilizzatore una chiara indicazione del come vanno usate: tirare o spingere? quale maniglia corrisponde al fuoco piccolo per la macchinetta del caffè? Il record della cattiva progettazione ergonomica va comunque ai video registratori; in questo caso la ricchezza delle funzioni disponibili, presentate tutte sullo stesso piano, non separa con sufficientemente evidenza le attività normali da quelle specialistiche. Ma lo stesso vale per esempio per molte lavatrici programmabili. Questo è un tipico fenomeno dell'era elettronica: poiché è molto facile inserire dei chip negli apparati della vita quotidiana e poiché non c'è una significativa differenza di prezzi tra un chip semplice e uno con maggiori prestazioni, gli ingegneri hanno pensato di aggiungere valore ai loro prodotti dotandoli di moltissime funzioni, anche quando gli utilizzatori hanno bisogno solo di alcune, le più normali e frequenti. Per di più non hanno compiuto adeguate prove sul campo, per verificare quanto l'insieme di simboli che forma l'interfaccia, fosse leggibile e comprensibile. Nel caso dei computer, a partire almeno dal 1984, si è imposta come standard un'interfaccia costituita da un insieme di icone, disposte sul monitor secondo la metafora del desk, della scrivania. Fu allora una vera rivoluzione comunicativa prima che tecnica. Finché gli elaboratori erano usati da ingegneri (magari da quelli stessi che li avevano costruiti) non si ponevano particolari problemi di interfaccia; essi erano perfettamente in grado di battere alla tastiera delle stringhe di caratteri astrusi, su dei monitor blu privi di ogni grafica e di ogni grazia. Ma come il Pc diventava un utensile di uso comune e di massa, le esigenze cambiavano radicalmente e la soluzione concettuale escogitata non per caso era primitiva (nel senso di molto fisica e naturale): si impugna un oggetto, come fosse un prolungamento fisico della propria mano e con quello si opera secondo una sintassi assai semplificata. Ognuno di quei simboli rappresenta un oggetto elementare e può essere afferrato, spostato, aperto o chiuso, cancellato o copiato. Tutto ciò oggi appare normale e i giovani stentano a credere che prima di allora non esistessero né il mouse, né le finestre e che i monitor fossero solo nei o blu, 24 righe per 80 caratteri. Né il percorso, tuttavia, può dirsi terminato. Per quei computer era molto ragionevole e utile la metafora della scrivania d'ufficio, ma essa comincia a non essere più così soddisfacente quando il Pc diventa strumento multimediale di conversazione tra le persone. Magari attraverso la rete. La stessa distinzione tra oggetti conservati nel proprio disco di memoria e altri che risiedono su altre macchine all'altro capo del mondo è concettualmente invecchiata: se ancora si percepisce la differenza per un fattore di ritardo temporale, molto presto le reti a larga banda renderanno trasparente, cioè invisibile, tale distinzione. Nel nostro futuro dunque ci sono sicuramente nuove interfacce e nuove metafore e anche questo dizionario dell'anno 2000 andrà presto aggiornato. | torna all'indice | Quattro chiacchiere in libertà: è questa, insieme al gioco, l'attività umana più diffusa e probabilmente più gratificante per un animale sociale qual è Homo Sapiens. Anche il Mercato con la M maiuscola, di cui oggi un po' tutto esaltano le virtù, aveva una dote nascosta che oggi purtroppo sempre meno si apprezza: arriva la gente in cammello o a dorso di mulo, portando le mercanzie più varie per lo scambio e la vendita, e poi passava la gran parte del tempo a narrare delle storie, a parlare "a vuoto" con quelli dell'altro villaggio. Per non parlare dei Dogon del Mali, che tuttora si riuniscono all'ombra della tettoia di legno del togunà, talora per prendere decisioni comune, ma di solito per "raccontarsi". Nessuno allora definiva chat room il togounà, la pergola o l'angolo di piazza, ma oggi questo termine si è imposto anche nel mondo reale, provenendo dall'Internet: una stanza virtuale o reale, dove scambiarsi opinioni, idee o pettegolezzi. E anche nell'Internet largamente dominata dalle attività commerciali e dai siti Web, molto del traffico dei bit tra i nodi della rete è rappresentato da attività conversazionali: nella forma asincrona dei messaggi di posta elettronica (e-mail) e dei gruppi di discussione (newsgroup), o in quella sincrona e immediatamente interattiva della chat. Questa a sua volta ha almeno due modalità: c'è la cosiddetta messaggeria istantanea e ci sono le stanze (le chat room, appunto). Nel primo caso chi sia collegato in rete può utilizzare, insieme al suo normale programma di navigazione, anche un altro software (che esiste in diverse versioni); grazie ad esso controlla se per caso qualcuno dei suoi amici è anch'esso in linea in quel momento e, in caso positivo, può aprire una finestra di dialogo con lui: con formati diversi ognuno dei due può allora battere delle frasi alla tastiera, le quali compariranno sullo schermo dell'altro. Nelle stanze invece, il dialogo è tra più persone. Possono essere room generiche oppure dedicate a specifici argomenti di discussione. Quasi sempre si entra in una stanza con uno pseudonimo, di modo che la conversazione possa essere più libera e svincolata. Il che ovviamente si presta a multipli travestimenti della propria personalità, ma a ben pensarci anche nelle conversazioni da scompartimento ferroviario ognuno è libero di raccontare di sé tutte le bugie che crede, "tanto quelli chi li incontra più". Ma, proprio come in treno, la leggerezza della conversazione e la sua libertà, può far sì, viceversa, che ci si senta più liberi di raccontarsi davvero. I diversi siti che offrono chat room avranno poi politiche gestionali diverse: il più grande fornitore di connessioni Internet al mondo, America Online, per esempio limita a una ventina il numero di partecipanti e sovente attiva dei controllori per verificare che non si trascenda nelle discussioni, né che avvengano cose sgradite o proibite. Quali che siano le modalità tecniche, la apparente inutilità e gratuità della comunicazione chiacchierata ne costituisce il principale elemento di attrazione. Ma il fatto che si tratti di un dialogo mediato dal computer, attraverso una forma linguistica originale - una sorta di oralità scritta - la rende anche diversa dalla chiacchiere da bar o da piazza con cui è apparentata, ma dalla quale differisce per tratti specifici. Proprio per questo l'una chat non sostituisce l'altra, ma ognuna, quella fisica e quella di rete, ha dei vantaggi e delle attrazioni. Essere multimediali vuol dire alla lettera, sapere usare tutti i media - sia le chat room di Internet, che il bar del paese - per essere un po' più sociali e migliori. E per divertirsi un po'. | torna all'indice |
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