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Michele Cortelazzo.
Docente di Grammatica italiana presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova (Corso di laurea in Scienze della Comunicazione) e non di Didattica della Lingua Italiana presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Padova. Ha pubblicato:
Italiano d'oggi , Padova , Esedra , 2000
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LE PAROLE NUOVE: 3.0
DEVOLUTION
  PRIVACY
  OUTING
 
MOBBING
  LINK
DEVOLUTION

""Voglio la devolution anche per la scuola. Gli insegnanti devono essere locali" [così dice il sindaco] Si diverte come un pazzo. Ogni tanto gli scappa di toccarsi ... " Beh, fermiamoci qui. Ho letto una parte del reportage dedicato dall’"Espresso" del 29 giugno 2000 a Giancarlo Gentilini, detto Genty, ruspante sindaco leghista di Treviso. C’è forse qualche incoerenza stilistica tra l’uso del forestierismo e la gestualità attribuita al sindaco, ma è un’incoerenza che, magari in modi diversi, si ripete in molti esponenti dell’attuale ceto politico. E comunque in tutti c’è un’irresistibile tendenza ad usare i forestierismi.

Devolution è un caso piuttosto interessante. In inglese è dal 1765 che indica il passaggio di poteri o di autorità da una persona a un’altra, da un’istituzione all’altra. Ma fino a poco tempo fa non ha suscitato l’attenzione degli italiani. Nella nostra lingua esisteva devoluzione, ma solo come termine giuridico nel senso di ‘passaggio di uno o più diritti da una persona all’altra’ (che poi è la base anche del significato inglese).

La storia cambia nel 1997, nel pieno delle rivendicazioni secessioniste bossiane. In quell’anno, nel corso della campagna elettorale inglese, Tony Blair promette (e più tardi, una volta eletto, mantiene) la devolution, cioè la cessione di alcuni poteri, alla Scozia.

La parola trasmigra subito in Italia: la usano giornalisti, la usano politici di livello nazionale come Giulio Tremonti, che si richiama appunto al principio della devolution, e lo spiega così: "Cioè allo Stato devono essere lasciate cinque competenze essenziali, tutto il resto è oggetto di devoluzione ai privati e alle autonomie", la usano politici locali come il sindaco di Treviso. Che poi tutti quelli che parlano di devolution sappiano davvero di cosa parlano, è un’altra questione.

Dalla citazione di Giulio Tremonti, che certamente sapeva di cosa parlava, emerge che è stata inizialmente utilizzata anche la forma adattata devoluzione (ho trovato, ad esempio, anche la locuzione "devoluzione alla padana", un po’ come una volta si sarebbe detto "via italiana alla devolution").

Però è ben strana questa forma di passaggio di poteri dallo Stato a istituzioni locali, che viene rappresentata da un anglicismo (Claudio Gorlier ha addirittura definito devoluzione, con un’espressione che sembra provenire dal passato, "un orrendo anglismo"). Che ci sia una contraddizione, è difficile negarlo. Ma è una contraddizione tipica della nostra epoca, nella quale la tendenza è quella di avere da una parte un orizzonte europeo o internazionale, dall’altra un orizzonte locale. In devolution la forma della parola è internazionale, il significato indica il primato dell’istituzione locale.

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PRIVACY

Praivasi o privasi è, probabilmente, una delle parole che hanno acquisito maggiore notorietà nel giro di pochi anni.

Chi ne conosceva il significato, chi ne parlava fino al 1996, quando è stata emanata la legge nota come legge sulla privacy, che però italianamente si intitola "tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali"? Quasi nessuno.

Ma forse sono pochi a ricordare che di questo, e cioè della riservatezza dei dati personali, tratta la legge del 1996, e la Authority che ne sorveglia il rispetto (quella diretta dal prof. Rodotà). Quindi tratta solo di un aspetto particolare della privacy, che in sé e per sé significa "la vita privata, personale e famigliare di una persona, di cui va tutelata la riservatezza". Se una persona famosa dice che vuole "tutelare la sua privacy", vuol dire che intende ritagliarsi dei momenti nella vita, quelli privati, nei quali poter fare indisturbato e senza aver addosso gli occhi di tutti, quello che ogni uomo ha diritto di fare in tranquillità e riservatezza, come curare i propri affetti, vivere con la propria famiglia e con gli amici, vivere sereno i momenti brutti delle malattie e del dolore, eccetera.

Ma ormai privacy in italiano ha in gran parte specializzato il suo significato nella direzione di cui abbiamo parlato prima, cioè nel senso della regolamentazione dell’utilizzo e della diffusione dei dati personali, al punto che il più diffuso vocabolario della lingua italiana è giunto a registrare in neretto la locuzione legge sulla privacy, e la spiega come ‘complesso delle norme che regolano la tutela e l’utilizzo dei dati personali’.

Ormai la privacy è una delle maggiori preoccupazioni, e a volte dei maggiori alibi, delle pubbliche amministrazioni. Là dove le regole sulla semplificazione amministrativa hanno facilitato il cittadino, le regole (spesso più presunte che reali) sulla privacy finiscono spesso col complicargli la vita.

E spesso la privacy viene citata a sproposito. Cosa c’entra, ad esempio, con il concetto di privacy, la prassi instaurata quest’anno di pubblicare i quadri degli scrutini finali solo dopo che gli studenti respinti erano stati personalmente avvertiti per posta? È una sacrosanta regola di buon senso, di sensibilità, ma che con l’idea di privacy non ha nulla a che vedere, visto che, una volta avvertito il malcapitato, i suoi voti vengono comunque pubblicati nei tabelloni appesi nelle scuole.

Ma ormai la privacy diventa quasi un incubo. Al punto che negli abbonamenti per i parcheggi della mia città, Padova, sta scritto che l’acquisto dell’abbonamento non implica la riservatezza del posto. Cosa vuol dire, che la ditta che gestisce i parcheggi vuole divulgare il posto dove lascio la macchina? No di certo. Significa che anche se acquisto l’abbonamento, può succedere che non trovo un parcheggio libero. Insomma significa che non mi viene riservato un posto. Ovviamente questo non si chiama riservatezza. Ma ormai l’idea della privacy pervade tutto, e fa commettere anche l’errore di usare la parola riservatezza quando si parla di tutt’altro.

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OUTING

Leggo i giornali. "Il mio outing dura da 22 anni ... " Parla Nichi Vendola, leader gay, deputato di Rifondazione comunista. "Io ho dichiarato la mia diversità nel ‘78, in un piccolo paese e dentro al Pci" E lei Mastella? "Scusi?". Lei farebbe outing? "No, sono contrario. Anche se mi rendo conto che il costume cambia".

I giornali degli ultimi mesi sono stati pieni di articoli di questo genere, nel pieno della polemica sul gay pride (ghei praid) di Roma, dopo che il deputato vérde Pecoraro Scanio ha dichiarato di essere bisessuale e altri vip hanno parlato delle loro pulsioni omo- o bi-sessuali.

Ma che cos’è l’outing? È per l’appunto il "venir fuori", l’"uscire allo scoperto" (seguo l’origine etimologica della parola), il dichiarare la propria omosessualità. E in questo modo (ma sotto il lemma, leggo all’italiana, kaming aut) lo spiega il Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro: "il rendere pubblica la propria appartenenza a una categoria oggetto di tradizionale emarginazione".

Però lo Zingarelli dà una definizione più restrittiva (centrata sull’omosessualità), ma più articolata: "rivelazione pubblica dell’omosessualità di una persona senza il suo consenso preventivo"; ma anche, per estensione "pubblica ammissione di un fatto privato".

Nell’uso più recente di outing pare essere presente solo questa seconda accezione, che presuppone la consapevolezza e la volontà dell’interessato; ma se vediamo la pur breve storia di questa parola in italiano ci accorgiamo che lo Zingarelli ha proprio ragione. Per esempio nel 1993 dichiarava a Panorama Grillini, uno dei leader dei movimenti gay italiani "Per noi l’outing è violenza ingiustificata, anche se ci piacerebbe avere più omosessuali dichiarati tra i personaggi famosi", solo l’anno successivo, il 1994, nell’Espresso veniva documentata l’altra accezione: "E le militanti lesbiche italiane cercavano di spiegare che da noi l’"outing", il venire fuori e dichiarare la propria tendenza, non è ancora né semplice né socialmente accettabile". Sono passati solo 6 anni: il costume cambia davvero!

C’è da chiedersi perché a indicare l’azione di svelare o di svelarsi si usi un forestierismo. Credo per tre ragioni: la prima che si tratta di una pratica importata dagli Stati Uniti, e con la pratica si è importata anche la parola; la seconda che è difficile immaginare un sostituto italiano: non funzionano bene gli infiniti sostantivati (il rivelarsi, il venir fuori), ma neppure i sostantivi che possono venire in mente, che hanno già degli usi consolidati e difficilmente malleabili (rivelazione, dichiarazione); la terza il carattere di neutralità, di assenza di connotazioni indesiderate che in genere i forestierismi portano con sé. Non è un caso che si parli di gay pride più facilmente che di orgoglio omosessuale. È non è un caso che negli ultimi decenni si sia imposto gay, parola neutra e rispettosa del comportamento e dell’identità della persona designata; rispetto che non traspare certamente da molte parole italiane o dialettali (per esempio frocio) che portano con sé una lunga tradizione di disprezzo e intolleranza.

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MOBBING

Cosa sia il mobbing ormai lo sappiamo quasi tutti.

È una sorta di persecuzione verso un compagno di lavoro, fatta di dispetti, silenzi, emarginazione, per metterlo da parte nell’ambiente di lavoro. Che la prima attestazione della parola risalga addirittura al 1988, e si ritrovi nella rivista naturalistica "Airone", stupirà invece molti ascoltatori.

Il fatto è che mobbing è prima di tutto un termine del linguaggio etologico, che indica l’insieme dei comportamenti aggressivi tipici di alcuni animali, soprattutto uccelli, nei confronti di un predatore. Il verbo inglese da cui il nostro termine proviene vale infatti ‘affollare, assalire’. L’immagine è dunque quella dello stormo di uccelli, che urlando e gracchiando, si scaglia contro l'intruso.

E difatti chi, nei posti di lavoro, subisce il mobbing finisce per sentirsi un intruso, accerchiato e terrorizzato dai colleghi di lavoro. E di mobbing, che pare colpisca il 6 % della popolazione attiva, si può anche morire: le cronache ci raccontano di lavoratori che, incapaci di sostenere una situazione del genere, si sono uccisi; ma anche di lavoratori che, sentendosi, a torto o a ragione, oppressi da comportamenti mobbizzanti (sì, esiste anche questo derivato) hanno rivolto la loro aggressività contro colleghi o superiori, uccidendoli.

"Un termine inglese per un fenomeno italiano: quello del terrorismo psicologico nei luoghi di lavoro. Il mobbing esiste e colpisce: ovunque", aveva scritto il "Corriere della Sera" nel 1998. In realtà il fenomeno non è solo italiano, è mondiale, ed è questo a spiegare perché a denominarlo c’è l’ennesimo anglicismo, che del resto non saprei proprio con che cosa sostituire.

Il mobbing può essere attuato, o favorito, dalle stesse aziende, quando decidono di isolare e colpire uno o più lavoratori perché si licenzino. Ma allora il mobbing non è più mobbing, ma è bossing: un termine che non è entrato neppure nei più capienti e generosi dizionari dell’italiano, ma che si trova usato, sia pure ancora sporadicamente, nella stampa.

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LINK

"Se ogni pagina web è una stanza, le porte sono i link, le parole sottolineate che il nostro sguardo cerca avidamente per capire cosa troverà nella prossima tappa del suo viaggio ipertestuale. Sono i link a fare l’ipertesto, a fare la differenza tra la lettura di un libro e la lettura sul Web, a rendere quest’ultima un’esperienza sconfinata e imprevedibile, dove tutto può succedere". Così Luisa Carrada, nel suo recente Scrivere per Internet, ha spiegato cosa sia un link. Possiamo darne anche una definizione più ortodossamente lessicografica: "in un ipertesto, collegamento a un documento richiamato da un elemento del testo di partenza e raggiungibile con un clic del mouse".

Tenetevi a mente queste due spiegazioni, quella metaforica di Luisa Carrada e quella lessicografica mia, perché se andate nei maggiori, e migliori, vocabolari dell’italiano trovate delle definizioni certamente corrette ma assolutamente incomprensibili, come: "Concatenamento tra moduli software per la realizzazione di programmi completi", oppure "Riferimento indiretto a una variabile o a un file". Sfido chiunque a intravedere con facilità, dietro a quest’ultima definizione, l’idea che di un link ha un normale utente di Internet.

Perché quando lavoriamo o giochiamo con Internet, noi "girovaghiamo, saltelliamo, penetriamo, ‘linkiamo’, secondo ritmi pertinenti non a noi ma al canale, riduttivo e efficacissimo alveolo di nuove funzioni segniche e altre segnaletiche", come ho letto in un dottissimo articolo del "Sole 24 Ore".

Il motivo per cui ho letto questo brano non è quello di fare sfoggio di erudizione, ma quello di notare l’uso, sempre più comune, del verbo linkare. Ma che cosa vuol dire linkare? A questo proposito ho qualche difficoltà a dare una definizione precisa. Nel contesto che abbiamo letto sembra che voglia dire ‘passare da una pagina web all’altra attraverso un link’; ma quando l’autrice della citazione letta in apertura, Luisa Carrada, nel suo sito www.mestierediscrivere.com, parla della "difficile arte di linkare" vuol certamente dire "creare collegamenti tra una pagina web e l’altra". Insomma il significato attivo di creare dei link e quello, per così dire, passivo di utilizzarli sono compresenti.

Si tratta di una pluralità di usi per ora ancora del tutto interna alla sfera di Internet. Ma già si intravede la possibilità, che non ho ancora trovato attestata in fonti scritte, di far evadere l’uso di linkare dal momdo di Internet, dandogli il valore di "creare connessioni di qualunque genere, creare sinergie" (permettetemi di usare una parola di tendenza di qualche tempo fa).

E mi è anche capitato di sentire dai miei studenti, non so dire se come forma ironica occasionale o come forma che si sta stabilizzando nell’uso giovanile, che un tale aveva un link con una tale. A intendere, dunque, che fra i due c’era un legame, una liason amoureuse. Ed è un bell’esempio che dimostra come il ricorso ai forestierismi, anche a designare concetti di uso quotidiano come un legame sentimentale, non è una novità di questi anni. L’innovazione riguarda semmai la lingua di riferimento: un tempo era il francese, ora è l’inglese, anche nel campo amoroso.

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