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Mario Deaglio ha seguito Mario Deagliodue carriere parallele, in campo accademico e nel giornalismo economico.
E' professore ordinario di Economia Internazionale presso la Facoltà di Economia dell’Università di Torino.

Le sue ricerche scientifiche riguardato la struttura delle moderne economie occidentali.

Si è occupato, in particolare di distribuzione del reddito, "economia sommersa", risparmio e cicli "lunghi" dell’economia.

Ha collaborato a vari quotidiani e periodici, tra cui The Economist. Panorama, Il Secolo XIX. Ha diretto Il Sole 24 Ore (1980-83). E' editorialista economico de La Stampa. "

 
LE PAROLE NUOVE: 2.0
 
MERCATO
 
E-COMMERCE
 
FLESSIBILITA'
 
EURO
  GLOBALIZZAZIONE
  NEW ECONOMY
  BORSE
  LAVORI ATIPICI
  WTO
  NON PROFIT ORGANIZATION

Mercato.

Un insieme di scambi di natura economica. Così imanuali di economia definiscono il mercato.

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Nei mercati si può acquistare non solo la proprietà ma anche il possesso o l’uso temporaneo di una gamma vastissima di beni materiali o immateriali; si può uscire da un mercato proprietari di patate e del diritto di proiettare un film, di sei bottiglie di vino invecchiato che saranno consegnate tra qualche anno o delle prestazioni calcistiche di un giocatore famoso. Si possono anche offrire in vendita e acquistare prestazioni come il lavoro manuale e la consulenza professionale.

Tradizionalmente si dice mercato anche il luogo in cui avvengono questi scambi, ma con i moderni mezzi di comunicazione tale luogo può anche non più esistere: gli scambi finanziari, a esempio, da un paio di decenni viaggiano per telefono, per fax o per posta elettronica. Non è quindi più indispensabile, come una volta, un luogo specifico come una piazza o un edificio, perché ci sia mercato. Sono invece assolutamente necessarie altre condizioni.

La prima è. che i partecipanti siano persone - fisiche o giuridiche - libere, ossia in grado di esprimere una propria volontà che deve incontrarsi con quella di altri per dare luogo alle transazioni; il mercato, insomma, non può essere roba da schiavi. La seconda. è che questo incontro di volontà abbia regole specifiche, si realizzi in determinati tempi, luoghi, misure e procedure e meccanismi per far rispettare tali regole.

Deve poi esistere un insieme di prezzi

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richiesti e offerti per quel che si vuole scambiare, questi prezzi devono essere generalmente noti così come devono essere noti i p rezzi ai quali lo scambio avviene. Questi prezzi si devono formare, almeno parzialmente, a seguito delle preferenze delle parti e non già per semplice imposizione dal centro.

Infine, deve esistere una moneta, accettata da tutti i partecipanti al mercato, per pagare ciò che si compra e si vende.

Fin qui, appunto, i manuali, Il mercato del Duemila è qualcosa di più di tutto questo, qualcosa di ben più ambizioso di un semplice meccanismo economico: è un esperimento di regolazione sociale. Moltissimi rapporti umani si svolgono oggi mediante contrattazioni e scambi, liberi e consapevoli con l’intento di portare a un mutuo vantaggio e non più in base alla tradizione, all’imposizione, alla gratuità. Stiamo vivendo quello che si può chiamare un processo di "mercatizzazione della società"

Alcuni esempi: nelle società ricche negli ultimi anni le privatizzazioni hanno sottratto le imprese di proprietà pubblica a direttive di natura politica o amministrativa dando loro il compito di far profitti per soddisfare gli azionisti. Ancora: da prevalente passione e agonismo, lo sport si è trasformato in "mercato sportivo" persino per le squadre dei dilettanti; un tempo medici e i professori venivano pagati, come lo sono ancora i giudici, senza uno stretto riferimento all’attività compiuta, oggi si profila un mercato della medicina con remunerazioni che avvengono un tanto a prestazione. Le grandi università americane hanno istituito un vero e proprio mercato dei professori. Un paese, l’Islanda, ha venduto tutti i dati medici dei suoi cittadini ad alcune grandi case farmaceutiche. Illegalmente, a quel che si dice, è possibile comprare organi per i trapianti e persino bambini per le adozioni.

Molti studiosi vedono le società ricche avviate a diventare giganteschi complessi di scambi di ogni tipo e la funzione dei governi ridursi a garantire che tali scambi avvengano in maniera ordinata e pacifica, o, al massimo, nel ridistribuire il reddito in modo da mettere tutti nella posizione di scambiare liberamente.

E’ un bene o un male tutto ciò? I sostenitori ritengono che il mercato sia più efficiente del non-mercato, e cioè delle decisioni burocratiche e politiche e che, quando sbaglia, in genere, corregga i propri errori e punisca chi li ha compiuti più rapidamente dei governi o degli uffici pubblici Non si può negare, però, che, lasciato a se stesso, il mercato fa sopravvivere solo i più bravi al gioco dello scambio e opera quindi una pericolosa selezione tra i cittadini.

Il mercato, insomma, si comporta come una medicina portentosa con molti effetti collaterali negativi. Qualche goccia di mercato scrosta le arterie bloccate di economie che non sanno più creare occupazione; troppo mercato può dare origine a divari e tensioni sociali pericolose. L’arte del politico del Duemila starà nel dosaggio del mercato e nella compensazione dei suoi effetti dannosi con appropriate politiche pubbliche. Un’arte che, nel vortice delle novità portate dalle rivoluzioni tecnologiche in corso, è ancora largamente da apprendere in ogni parte del mondo.

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E-commerce

 

Sembra proprio una meraviglia: guardi un oggetto sul monitor del tuo personal computer, fai un click con il mouse, ed ecco

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l’hai comprato. Sarà addebitato alla tua carta di credito e un corriere te lo porterà a casa. Potrai scegliere quello che vuoi, quando vuoi, senza preoccuparti dell’orario dei negozi, potrai studiare i particolari, confrontare le offerte più diverse.

Insomma, una meraviglia.

E’ veramente così? In parte sì: non si può certo negare che questa e che si legge davanti alla parola inglese commerce e si pronuncia i è sicuramente destinata a trasformare il modo in cui avvengono gli scambi e racchiude quindi un enorme potenziale di cambiamento della società, di potenziamento della concorrenza, di abbassamento dei prezzi. Un po’ come la lampadina elettrica un secolo fa.

Tra i progetti e la realtà, però, c’è molta distanza e gli entusiasmi devono venir temperati. L’efficacia dell’e-commerce viene limitata – adesso e nel prevedibile futuro - da numerosi fattori per cui quest’innovazione così importante potrà realizzarsi solo gradualmente. Il primo di questi fattori è la mancanza di regole precise: se ti consegnano l’oggetto sbagliato, come devi comportarti? Se hai un contrasto con un venditore di un altro paese, a quale tribunale ti devi rivolgere? Finché non ci saranno convenzioni internazionali sicure, rimarrà una forte area di incertezza.

Un secondo fattore che per ora limita l’efficacia dell’e-commerce è quello della sicurezza: purtroppo le frodi informatiche sono frequenti e il numero della vostra carta di credito può essere copiato o clonato; finché le cifre sono piccole, a questo rischio si può anche passar sopra, ma per acquisti importanti prevalgono atteggiamenti più cauti. Il terzo è quello della lentezza: provatevi a connettervi e a navigare su Internet nelle ore di punta e vedrete che i tempi di attesa sono assai lunghi; ed è vero che tra poco la capacità migliorerà, ma aumenterà anche fortemente il numero degli utenti.

Un ulteriore ostacolo a trasformare l’ideale in realtà è molto banale: la consegna dei beni così facilmente acquistati. Finché gli utenti sono pochi, le consegne sono relativamente rapide, quando centinaia di milioni di persone in ogni parte del mondo compreranno miliardi di oggetti su Internet gli ingorghi delle Poste, pubbliche o private che siano, saranno sicuramente giganteschi. Infine, il numero sterminato di opzioni e di offerte rende questo mercato di difficile trasparenza: dovendo scegliere tra moltissimi fornitori di uno stesso prodotto, la vostra scelta potrà essere casuale, quasi una lotteria.

Tutto questo vuol dire che l’e-commerce è da buttare? Assolutamente no. Semplicemente che non si tratta della bacchetta magica che, d’un sol colpo, risolve tutti i problemi dei consumatori e che la sua espansione, per ora assai limitata, potrebbe assomigliare più a una corsa a ostacoli che a una marcia trionfale. E’ facile prevedere che l’espansione dell’e-commerce avrà fasi distinte: stiamo vivendo nella prima in cui è allettante soprattutto acquistare in rete beni immateriali o servizi come una musica, una fotografia, un testo che la stampante dei nostri computer potrà riprodurre. E anche, con le dovute cautele per la sicurezza, usare Internet per transazioni bancarie e finanziarie.

In una seconda fase, della quale si intravedono alcune avvisaglie, sarà possibile usare Internet per avere comodamente informazioni per un acquisto che si farà poi di persona, come un’abitazione, un’automobile o una settimana di vacanza. La terza fase, nella quale si compreranno in rete le scarpe o la verdura fresca, appare ancora molto distante.

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Flessibilità

Oggi si produce qualcosa, domani qualcos’altro, oggi

LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI E IL DIPARTIMENTO DELLA FUNZIONE PUBBLICA HANNO SVILUPPATO UN PROGETTO SULLA FLESSIBILITA' VISIBILE CLICCANDO QUI.

LA FLESSIBILITA' DEL LAVORO
IN UN CONVEGNO DELLA CNA DI RAVENNA

di più, domani di meno, seguendo la domanda del mercato. Ecco, in estrema sintesi, che cos’è la flessibilità: una produzione a geometria variabile da parte di un produttore che non si impone più facilmente al consumatore perché è in forte competizione con altri produttori, i quali, in ogni parte del mondo, possono offrire lo stesso prodotto a prezzi inferiori.

La produzione flessibile è tipica dei mercati concorrenziali in quanto, se un produttore è troppo rigido, altri gli portano via i clienti; si realizza soprattutto, ma non solo, per quanto riguarda i beni immateriali, i cosiddetti servizi: trasporti, credito, assicurazioni, pulizie, consulenze, manifestazioni sportive o musicali, convegni, traduzioni e chi più ne ha più ne metta. Ha bisogno, in ogni caso, di un lavoro flessibile ed è proprio la flessibilità del lavoro il grande interrogativo in questo incerto inizio di secolo e di millennio che scuote, sovente in maniera difficile e persino dolorosa, abitudini consolidate.

La flessibilità del lavoro presenta aspetti fortemente differenziati tra loro. La prima flessibilità è quella dell’orario, giornaliero e settimanale, mensile e annuale. Per seguire la domanda, i ritmi di lavoro devono adattarsi a cambiamenti anche bruschi; i produttori di panettoni devono concentrare la loro attività in autunno per preparare il dolce natalizio e gli analisti finanziari in America cominciano a lavorare alle tre del mattino per seguire le contrattazioni dei mercati europei sui quali, a quell’ora, il sole è già alto. Chi non si adatta rischia di produrre troppo in certi periodi e dover tenere la merce in magazzino in altri, con il pericolo, prima ricordato,



FLESSIBILITA' TUTELATA CON COOP NOPROFIT

di perdere clienti o con maggiori costi, e quindi uno svantaggio rispetto ai concorrenti che comporta la perdita del mercato e del lavoro.

Il secondo aspetto della flessibilità del lavoro riguarda le prestazioni: sono finiti i tempi in cui operai e impiegati avevano un mansionario fisso e chi saldava non doveva mai avvitare, chi preparava le fatture non poteva fare il cassiere. Le moderne organizzazioni di lavoro assomigliano di più a squadre di calcio: ci sono ancora ruoli ben definiti, ma se gli passa una palla davanti, anche il difensore deve fare goal. Non ci sono, insomma, steccati invalicabili e tutti devono saper fare un po’ di tutto, in un quadro di professionalità che cambiano rapidamente. Di fronte a questi cambiamenti, la flessibilità impone anche un continuo aggiornamento professionale: occorre imparare di continuo cose nuove, sotto pena di venire emarginati.

Il terzo aspetto è la flessibilità delle retribuzioni. Già oggi, negli Stati Uniti, una parte di quello che guadagnano i lavoratori più qualificati e i dirigenti dipende dai risultati dell’impresa, dal fatturato, dai profitti, dalla quotazione del titolo in Borsa. Sono queste le cosiddette "stock options" popolarissime in quel paese e che ora si stanno diffondendo anche da noi e si affiancheranno forse ai timidi esperimenti di partecipazione agli utili del passato. Ma può anche voler dire che, se le cose vanno male, si è pagati di meno e che i sistemi di garanzia del salario mediante la cassa integrazione perderanno di efficacia.

Infine, la flessibilità ha una dimensione territoriale che rappresenta l’aspetto più controverso e doloroso in un paese come l’Italia: in un mondo di produzione flessibile, per lavorare occorre essere disposti a muoversi, lasciare il paese o la città d’origine, cercare il lavoro là dove si trova. La mobilità degli italiani à molto bassa ma gli europei in genere non si muovono volentieri, anche per le barriere della lingua e della tradizione; i nordamericani, per contro, sono mobilissimi nella loro ricerca del lavoro e solo un terzo della popolazione degli Stati Uniti vive nello stato in cui è nato. Senza contare che dai paesi emergenti arriva da noi un flusso di persone che fanno migliaia di chilometri pur di lavorare, legalmente o illegalmente.

Oltre che con mobilità, flessibilità fa sicuramente rima con competitività: chi riesce a dosare, e a pagare solo il lavoro che effettivamente usa, sopporta costi inferiori ai concorrenti e può realizzare maggiori profitti oppure praticare prezzi inferiori.

Fin qui tutto bene (o tutto male, a seconda delle vostre inclinazioni). Ma mobilità fa anche rima con felicità? Come è lecito aspettarsi, le risposte a questa domanda fondamentali non sono né facili né concordi. Gli economisti, in genere, sono portati a rispondere positivamente, in quanto la maggiore disponibilità di beni che deriva da occupazione e salario fa generalmente star meglio la gene. Molti sociologi criticano, più o meno radicalmente, la nozione di flessibilità, argomentando che l’uomo totalmente flessibile perde, insieme con le radici, la sua umanità, un senso di scopo, una coerente strategia di vita. D’altra parte, ai giovani un po’ di flessibilità fa spesso piacere, il bisogno di cambiamento è un’occasione di crescita personale. Queste due esigenze si scontrano ormai a livello mondiale e danno luogo ai grandi movimenti di opinione a favore o contro la globalizzazione. Come in molte altre questioni sociali, anche qui è probabilmente questione di dosi, nella difficile ricerca di una società vivibile.

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Euro

Prima di essere il nome di una moneta, Euro è stato il nome di un vento.

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I greci dell’antichità, infatti, chiamavano così lo scirocco che soffia da sud-est sull’Europa meridionale. Come narra Omero nel quinto canto dell’Odissea, Euro assieme a tre altri venti (Noto, Borea e Zefiro) provocò la grande tempesta che affondò la zattera con la quale Ulisse - un eroe che può essere annoverato tra i primi veri europei, non foss’altro che per la sua curiosità intellettuale - tentava di tornare a casa.

E’ molto probabile che gli esperti di Bruxelles non ricordassero (un cattivo direbbe non conoscessero) l’Odissea, altrimenti avrebbero scelto un nome diverso per la nuova moneta, decisi com’erano a farla nascere asettica, priva di riferimenti culturali che avvantaggiassero questo o quel paese. Il riferimento omerico, però, appare appropriato in quanto apre la strada a un interrogativo di fondo: la moneta unica, l’euro, spingerà la zattera dell’Europa verso le mete che si è scelta oppure la farà affondare?

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Per cercare di abbozzare una risposta, occorre ricordare il carattere, a un tempo audacissimo e pericoloso, di questo esperimento eccezionale. L’istituzione di una moneta unica ha, di solito, rappresentato il momento culminante della supremazia economica, e spesso anche culturale, di un paese, il coronamento di un suo progetto politico. Di un, per altro confuso, progetto europeo l’euro vuole rappresentare, al contrario, le fondamenta e non il coronamento: l’Europa mediante la moneta là dove sono fallite l’Europa dei popoli e quella degli stati, l’unità da raggiungersi mediante le burocrazie o la messa in comune degli eserciti.

Da un punto di vista meramente economico, l’Europa avrebbe anche potuto fare a meno di una moneta unica: per quasi cinquant’anni, ha realizzato tassi di crescita complessivamente soddisfacenti con un sistema di monete nazionali prima ancorate al dollaro e successivamente legate tra loro da accordi flessibili. Ci sono però due motivi non economici, uno interno e uno esterno, per cui si è deciso in favore dell’euro.

All’interno, ha giocato un ruolo decisivo la preoccupazione di un

peso preponderante della Germania riunificata; a diciotto mesi dall’introduzione della moneta unica, la potentissima Bundesbank, pur avendo un’influenza ragguardevole, non "comanda" certo nella Banca Centrale Europea che pure ha la sua sede poco distante, nella stessa città di Francoforte. All’esterno, i rapidissimi progressi del processo di globalizzazione hanno reso anacronistiche le monete nazionali; nell’autunno del 1998, a esempio, la crisi asiatica avrebbe spazzato via una moneta come la lira se non fosse stata legata all’euro nascente. La nuova moneta si è dimostrata vantaggiosa, addirittura necessaria, per l’Europa ancora prima della sua nascita; la successiva caduta del suo cambio rispetto al dollaro ha prodotto spinte inflazionistiche molto limitate, mentre, se i paesi membri fossero rimasti isolati, molto probabilmente le tensioni sarebbe state assai superiori; è nato subito un vigoroso mercato di titoli in euro e le tendenze all’unificazione delle borse europee ne sono uscite rafforzate.

Non bisogna però dimenticare le debolezze strutturali: uno spazio economico unico senza rischi di cambio crea le premesse perché investimenti e nuova occupazione si concentrino là dove la produttività è maggiore e le infrastrutture migliori, trascurando aree periferiche come il Mezzogiorno italiano, le quali, in passato, recuperavano competitività proprio mediante la svalutazione della moneta nazionale. I rimedi classici a questa debolezza – che altrimenti determinerebbe scontri politici e tensioni sociali - consiste nei meccanismi di redistribuzione di risorse che, mediante la tassazione, prelevino risorse dalle zone più ricche e le indirizzino a quelle più povere permettendo loro di competere. Tale meccanismo di ridistribuzione è automatico nel caso del dollaro degli Stati Uniti e del suo sistema federale; nell’Unione Monetaria Europea, al contrario, una simile ridistribuzione non è automatica ma dipende da fattori amministrativi: i divari vengono combattuti con appositi fondi europei e la loro assegnazione è sovente legata a negoziati politici.

Questo significa che, affinché l’euro mostri veramente la sua efficacia, è indispensabile che gli stati membri cedano a un futuro governo centrale europeo una parte di quella sovranità che hanno a lungo gelosamente conservato. Finché simili sviluppi non si realizzeranno, l’euro rimarrà intrinsicamente debole. A queste debolezze e incertezze fanno da contrappunto gli sviluppi non solo economici ma anche civili e culturali che l’euro favorisce. Non si tratta, come viene speso semplicistamente sottolineato, soltanto di comprare e di vendere con maggiore facilità da Helsinki a Palermo, da Lisbona a Vienna ma di far nasce un’unità europea che sia qualcosa di più dell’unificazione dei listini dei prezzi e degli spot pubblicitari e riguardi invece comportamenti e valori.

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