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Globalizzazione.

Per cercar di spiegare che cosa sia la globalizzazione, comincerò con il raccontarvi un aneddoto. Il 22 giugno del 1897, la Regina Vittoria celebrò il suo cosiddetto Giubileo di Diamante, ossia il suo sessantesimo anno di regno. Si recò nell’ufficio telegrafico della sua residenza ufficiale di Buckingham Palace, premette un pulsante elettrico e inviò così un suo messaggio di saluto a tutti i popoli dell’impero britannico. Nel giro di due minuti, il messaggio regale fu ricevuto a Teheran, in Persia; altre poche diecine di minuti e aveva raggiunto il Canada, Città del Capo, le colonie dell'Africa Occidentale, i Caraibi, l’Australia.

La prima condizione perché si abbia una globalizzazione è esattamente questa: l’annullamento o la forte riduzione, mediante tecnologie nuove, della distanza e dei suoi costi. Telegrafo, ferrovie e navi a vapore rappresentarono le tecnologie della globalizzazione ottocentesca; telefono, televisione, Internet sono le tecnologie della nostra globalizzazione. Perché vi sia globalizzazione bisogna aggiungere un altro requisito e cioè un insieme sufficientemente uniforme di regole che consentano l’uso effettivo di queste tecnologie. Ai tempi della regina Vittoria, questa uniformità era largamente assicurata dall’unità politica dell’Impero Britannico, che si estendeva su mezzo mondo; oggi è garantita da una rete di accordi internazionali che fanno capo alla WTO, l’organizzazione mondiale del commercio e ad altre istituzioni.

Gli stessi cavi telegrafici sottomarini che trasportarono il messaggio della Regina Vittoria venivano usati ogni giorno per trasmettere ordini di acquisto e di vendita di titoli di ogni genere, in pratica per spostare istantaneamente il capitale finanziario in ogni parte del mondo in maniera non molto diversa da quello che si fa oggi. Il lavoro si muoveva meno rapidamente, ma anche così, nei settant’anni precedenti la prima guerra mondiale, almeno 250 milioni di persone cambiarono continente con le migrazioni. In maniera regolare o clandestina, oggi sta avvenendo qualcosa di molto simile.

Fattori produttivi che si spostano in tutto il mondo portano come conseguenza a prodotti che hanno un mercato mondiale e imprese che competono in questo mercato. Gli esempi attuali sono troppo numerosi per essere ricordati ma anche l’Ottocento non scherzava: la Coca-Cola nasce nel 1886, il dentifricio Colgate nel 1876; le macchine per cucire Singer si trovavano ai primi del Novecento in ogni parte del mondo; e sempre ai primi del Novecento, le italiane Officine Savigliano costruivano ponti in ferro in ogni angolo d’Europa e la francese Renault aveva due stabilimenti in Russia.

La globalizzazione crea aumento di ricchezza per la grande maggioranza della popolazione ma accentua i divari di reddito; non c’è dubbio che le condizioni generali degli esseri umani nel complesso migliorino, lo dimostrano le statistiche sulla speranza di vita alla nascita, aumentata dappertutto, persino nella disastrata Africa, mediamente di quasi dodici anni nell’ultimo quarto di secolo. Ma chi rimane indietro rispetto a queste medie sente in maniera particolarmente bruciante il distacco proprio perché rimane escluso non dal benessere istantaneo ma dai nuovi orizzonti che si aprono.

Così come crea mercati e prodotti che coprono tutto il mondo, la globalizzazione crea anche classi sociali che superano i confini nazionali. Nella globalizzazione ottocentesca, la borghesia creò e diffuse ovunque la tecnologia meccanica inglese, quella chimica tedesca, quella elettrica in parte tedesca e in parte americana; in ogni paese, gli uomini della borghesia si vestivano all’inglese e le donne alla francese; tutti parlavano un po’ francese e passavano le vacanze in Italia. Ma si creò anche una classe di contestatori che leggeva Marx e Bakunin e appropriatamente cantava l’Internazionale.

Nella globalizzazione attuale, la lingua universale è l’inglese e le tecnologie che contano sono largamente americane, qualche volta europee, la moda è italiana, le vacanze si svolgono su rotte turistiche ormai consolidate. La classe dei contestatori sta emergendo, anche se per ora sono più le musiche che ascolta rispetto ai libri che legge.

Cari amici, questa è la globalizzazione. Possiamo sommessamente ricordare che la grande globalizzazione della regina Vittoria finì con un colpo di pistola a Sarajevo il 28 giugno del 1914, cui seguì la guerra tremenda delle trincee e dei fili spinati, nella quale purtroppo morirono molti di coloro che erano nati nell’anno del Giubileo di Diamante e per i quali i genitori avevano ragionevolmente previsto un avvenire roseo e pacifico; e dopo vennero le trincee e i fili spinati degli steccati economici, l’autarchia con la sua crescita ridotta, la disoccupazione galoppante, un’altra guerra tremenda. Possiamo solo augurarci di saper fare meglio questa volta: di controllare e indirizzare le enormi energie che la nostra globalizzazione esprime, invece di lasciare che escano impazzite dal vaso di Pandora.

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NEW ECONOMY

Perché si dice "new economy" e non ‘nuova economia’? Non è solo questione di seguire la moda e di usare perciò termini inglesi: in realtà la "new economy" è nata e si sviluppa prevalentemente negli Stati Uniti e, per quanto ne so, è stato un giornalista americano, Michael Mandel del settimanale Business Week, il primo, a inventare questo termine nel 1997. La "new economy" comprende in sostanza tutti i settori moderni dell’economia americana, impiega un po’ meno di 20 milioni di persone contro i circa 90 della "vecchia economia"; secondo i calcoli di Mandel, nella nuova economia, i salari orari reali nel periodo 1988-1998 sono aumentati complessivamente del 12 per cento mentre nella vecchia economia sono diminuiti del 4,5 per cento (il che contribuisce a spiegare perché gli americani in questo periodo abbiano in media aumentato le ore di lavoro). La "new economy" sta creando occupazione a un ritmo doppio dell’economia tradizionale.

Ci sono definizioni più restrittive, ma tutte mostrano una grande produttività e una grande velocità di espansione di queste attività nuove. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti considera soltanto i settori legati alla tecnologia dell’informazione e conclude che, pur pesando meno di un decimo sul prodotto complessivo degli Stati Uniti, la nuova economia ha contribuito per più di un terzo alla favolosa crescita dell’economia americana di questi anni. Computer e software sempre meno cari hanno provocato l’abbassamento di quasi un terzo dell’inflazione americana. E comunque questo settore è sicuramente in fortissima espansione. Una ricerca dell’Università del Texas, limitata alla sola "economia di Internet", mostra una crescita di questo settore del 68 per cento nel 1998; i lavori legati a Internet occupavano nel marzo del 1999, secondo questa stima, quasi due milioni e mezzo di persone; il valore aggiunto dell’"economia di Internet" ha già superato quello di un classico settore produttivo degli Stati Uniti, e cioè l’industria dell’auto.

In queste nuove attività la produttività cresce moltissimo, così come si amplia in maniera impressionante la gamma dei nuovi prodotti offerti sia ai consumatori sia agli investitori. Questi prodotti sono naturalmente tutti immateriali, si concretano sullo schermo di un computer collegato in rete, oppure nelle minuscole scatolette nere che si trovano dietro o vicino a questo schermo, nei mouse, nei modem, nei microchips avanzati. Nuovi prodotti implicano naturalmente nuovi lavori. Oltre a quelli di ingegneria elettronica si possono segnalare nuove figure professionali quali il webmaster, importantissimo personaggio che dirige, in pratica un sito elettronico, stabilendone sia l’architettura interna, il disegnatore di siti, l’esperto di grafica elettronica, il "navigatore" che si offre si esplorare per voi, a pagamento, l’universo cibernetico alla ricerca di qualche informazione che vi interessa.

Oltre a costituire un riconoscibile settore dell’economia del Duemila, la "new economy" sta modificando dall’interno tutti i settori della "vecchia economia", entra nei processi produttivi, nella distribuzione, nelle strategie aziendali. E modifica sostanzialmente il tradizionale "ciclo economico", ossia l’alternarsi di fasi espansive, di solito piuttosto lunghe e di fasi recessive, di solito brevi, che da sempre caratterizza le economie non agricole. E’ come se non ci fossero più le stagioni: sull’economia americana splende il sole dell’estate espansiva più lunga della storia, scandita solo da qualche breve temporale, in cui gli straordinari aumenti di produttività fanno sì che i prezzi, miracolosamente, non si scaldino.

Il resto del mondo, e l’Europa in particolare, segue gli sviluppi americani in maniera attenuata, con qualche anno di ritardo e con molte differenze. Anche nel Vecchio Continente esiste ormai una nuova economia, ma molto più piccola di quella americana; in Europa ci sono meno giovani rampanti di quanti non si incontrino negli Stati Uniti ma una parte del vecchio capitalismo si sta convertendo alla nuova economia. La nuova economia arriva da noi, particolarmente in Italia, sulle onde dei telefonini, un prodotto innovativo in cui l’Europa è tecnologicamente all’avanguardia con la possibilità, sempre più diffusa di collegarsi con Internet; o delle carte di credito e dei Bancomat "intelligenti", in grado di contenere moltissime informazioni e di effettuare un numero sempre maggiore di operazioni. Starà a noi adattare queste nuove tecnologie e questi nuovi prodotti al nostro tipo di società, interpretando il modello americano invece di cercare banalmente di imitarlo.

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BORSE

Anche se non è esperto di finanza, chi segue normalmente le notizie ha certamente sentito parlare del NASDAQ. Quando si fa menzione delle quotazioni di New York, accanto alla tradizionale Wall Street, con il suo indice Dow Jones, che ci accompagna di più un secolo, viene pronunciata questa sigla lunga e spigolosa. Ma che cos’è il NASDAQ? Sono in pochi, anche tra gli analisti finanziari, a conoscere il significato di questo acronimo faticoso che vuol dire National Association of Security Dealers Automated Quotation, ovvero "Quotazione automatizzata dell’Associazione Nazionale degli Operatori in Titoli". Oggi userebbero una sigla pubblicitaria, con davanti una e- o seguita dal "dot.com". Dietro questa denominazione pomposa e un po’ antiquata, si cela la punta di diamante delle Borse moderne, il nuovo mercato americano, che in realtà sta per compiere trent’anni, nato in in polemica con le borse tradizionali, al quale sono quotate pressoché tutte le società che operano nel settore della nuova economia, a cominciare dalla Microsoft.

borsa online, sito in italiano

Che sia potuto sorgere il NASDAQ, un mercato assai più snello, che non disdegna società nuove e piccole, è un segno della vitalità del mondo delle Borse. Un mondo che ha circa seicento anni e che deve il suo nome al caso e non al fatto che vi si scambiassero borse di denaro; sembra infatti che il primo mercato di questo genere sia stato organizzato ad Anversa da un fiammingo che si chiamava Van den Borsen. Il mercato di Van den Borsen si differenziava dagli altri perché non vi si scambiavano cose ma pezzi di carta che rappresentavano titoli di proprietà: scambiando questi titoli, i venditori passavano agli acquirenti la proprietà di spezie, tessuti e quant’altro che si trovavano nei magazzini oppure in viaggio sulle navi. Con quest’innovazione la merce perde la sua materialità, acquista, per di così, una dimensione astratta; tanto che nelle Borse è possibile scambiare merci che non esistono ancora, come il cotone che sarà prodotto l’anno prossimo o il petrolio che sarà estratto di qui a un mese.

Quest’opera di astrazione si rivolse ben presto non solo alle merci ma anche alla proprietà delle imprese e sorsero così le cosiddette borse dei valori o dei capitali. Da contrattazioni informali attorno a tavolini da caffé, si passò, nell’Inghilterra del Settecento a procedure rigide, in sale di contrattazione, nelle quali i titoli che figuravano in una lista (il listino) venivano chiamati, ad alta voce, l’uno dopo l’altro. Per ciascuno un banditore proponeva un prezzo che veniva alzato o abbassato fino a trovare una concordanza tra le quantità che l’insieme dei presenti voleva vendere e quella che voleva comprare.

Attraverso a questo meccanismo, apparentemente macchinoso ma in realtà assai efficace, il denaro, ossia i capitali finanziari vanno a investirsi nelle imprese che i detentori di questi capitali ritengono più produttive o comunque di maggior valore. I prezzi segnati al listino riflettono l’opinione generale su questo valore o, come si dice. la "valutazione del mercato" su questa o quella società, un’opinione spesso basata su calcoli e prospettive rigorose, talora su semplici entusiasmi o pessimismi, speranze e aspettative.

I meccanismi del passato sono cambiati, oggi compratori e venditori non si incontrano più, le azioni si acquistano e si vendono anche solo con un click del mouse del computer ma la logica generale non è cambiata e la funzione del prezzo di mercato rimane la medesima. In una società in cui gran parte delle imprese sono quotate in Borsa, la Borsa diviene il vero meccanismo che incanala i risparmi di un paese verso i settori produttivi, una funzione che, nel dopoguerra e fino agli anni ottanta, era stata in parte svolta dai governi con la programmazione e con le indicazioni che essi fornivano.

L’aumento del numero e del valore delle società quotate in Borsa fa oggi sì che le Borse delle società ricche non siano più mercati specializzati per pochi operatori professionisti ma rappresentino gran parte della ricchezza finanziaria di un paese: oltre la metà dei nordamericani ha almeno una parte dei propri risparmi investita in Borsa e a questo si devono aggiungere gli investimenti indiretti dei fondi comuni e dei fondi pensione per cui complessivamente la ricchezza di tre cittadini su quattro è fortemente influenzata dall’andamento delle quotazioni.. Anche l’Europa si avvia su questa strada: nel novembre del 1999, il numero di richieste di sottoscrizione di azioni dell’ENEL, di cui iniziava la privatizzazione, sfiorò i quattro milioni e all’incirca una famiglia italiana su quattro ha investito in Borsa una parte dei suoi risparmi.

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LAVORI ATIPICI

Quando pensiamo al lavoro, in realtà pensiamo a un "posto" di lavoro. A una scrivania, un telefono, una postazione in una linea di montaggio, al banchetto del calzolaio. Le leggi parlano di "posti" di lavoro, gli accordi sindacali parlano di "posti" di lavoro; il "posto" di lavoro presuppone un’organizzazione, una gerarchia, una stabilità di rapporti, o magari un’attività, sì, indipendente ma inserita in una professione ben codificata, esercitata con regole precise.

Ebbene, scordatevi tutto ciò e provate a pensare al lavoro senza pensare a un "posto" di lavoro. Il lavoro allora diventa una mera attività, perde i caratteri di continuità che prima lo caratterizzavano, va ad assomigliare a quel "lavoro a giornata" che caratterizzava certe attività agricole o addirittura all’attività di certi artigiani itineranti che, nei tempi passati, si spostavano da un paese all’altro.

Ebbene, molti di questi elementi si ritrovano nei "lavori atipici", vero elemento di novità nel panorama dell’occupazione nelle società contemporanee, tanto che si può ritenere errato l’aggettivo: non sono affatto atipici, rappresentano anzi uno degli elementi caratterizzanti di queste società. Il più caratteristico tra i lavori atipici è il lavoro interinale, cioè temporaneo, spesso chiamato "lavoro in affitto". Si trova tramite agenzie specializzate, che operano con una normativa severa a tutela del lavoratore e servono per soddisfare le "punte" di lavoro delle imprese: al supermercato può servire una cassiera in più il sabato pomeriggio, all’officina meccanica un operaio specializzato per due mesi per terminare una commessa, a una casa editrice un traduttore per un libro. Terminata la "punta", termina il lavoro.

In qualche misura analoghi sono i lavoro a tempo determinato (per sostituzione di una lavoratrice in maternità o di un lavoratore che sta prestando servizio militare, e simili) e quelli continuativi ma a tempo parziale e anche i contratti di formazione, che consentono un’assunzione temporanea a costi più bassi per le imprese; vanno anche segnalate le cosiddette "borse di lavoro" e gli "stages", periodi di apprendimento, sovente gratuiti, dei giovani presso le imprese.

E’ meglio un lavoro instabile che nessun lavoro. Il cosiddetto "modello olandese" (l’Olanda è il paese europeo che ha il più basso tasso di disoccupazione) prevede in ogni famiglia un lavoratore "tipico", ossia un lavoratore stabile e uno "atipico", generalmente una donna; in certe fasi della vita i lavoratori preferiscono cambiare velocemente per accumulare esperienze e professionalità. La perdita della continuità e della stabilità costituisce l’altra faccia della nuova flessibilità del mondo produttivo, divenuto sempre più flessibile, nel quale l’alternativa al lavoro atipico può essere la disoccupazione.

Un lavoro a tipico in alcune fasi della vita può essere importante e perfino gratificante così come una diffusione troppo forte di lavori atipici a vita potrebbe creare una frattura profonda nella società. Un bilanciamento tra queste due tendenze implica che venga in qualche modo facilitato il passaggio dai lavori atipici ai lavori regolari; questo implica una struttura salariale diversa nei lavori regolari. Daremo maggiori garanzie di vita ai lavoratori atipici se toglieremo qualche garanzia ai lavoratori regolari: è questo l’ingrato dilemma che hanno di fronte sindacati, imprese e forze politiche.

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WTO

"La WTO uccide la gente, uccidete la WTO": questo slogan, scandito nelle manifestazioni di Seattle, è diventato un po’ il simbolo della nuova protesta contro la globalizzazione. Ma che cos’è mai questa WTO così demonizzata?

WTO sono le iniziali di World Trade Organization o Organizzazione Mondiale del Commercio (talvolta si trovano le iniziali italiane OMC). La WTO ha preso il posto del GATT, un’istituzione analoga ma di portata più limitata, dopo un lungo processo di negoziazioni. Ha iniziato la sua attività nel gennaio del 1995 e può essere considerata come la prima vera realtà istituzionale dell’economia mondiale di mercato, la prima istituzione del nuovo secolo.

E’ il risultato di un compromesso, o meglio di un vero e proprio scambio politico, tra paesi avanzati e paesi emergenti, maturato nell’estenuante trattativa dell’Uruguay Round dei primi anni novanta e sancito dalla Conferenza di Casablanca del 1994. In estrema sintesi, tale compromesso comporta, per i paesi avanzati, la graduale fine delle protezioni e dei sussidi ai settori "deboli" (agricoltura e industrie leggere ad alta intensità di manodopera come quella tessile) e, nei paesi emergenti, la contestuale apertura dei servizi, a cominciare da quelli finanziari, fino ad allora fortemente protetti, al mercato internazionale.

Il compito storico del WTO consiste nel sistemare e governare, a livello dell’intero pianeta, tutti gli scambi di natura commerciale; deve pertanto promuovere la negoziazione di accordi specifici di libero commercio e funzionare da tribunale per i contrasti tra paesi per questioni di origine commerciale. Lentamente, da luogo di negoziato sulle tariffe doganali, la WTO si sta trasformando in luogo di negoziato sull’accesso ai mercati, il che comprende le cosiddette "barriere non tariffarie" e anche le condizioni cui si svolge l’attività produttiva, per esempio il livello delle protezioni antinfortunistiche e dei danni ambientali.

Per darvi un esempio di come funziona questo "tribunale", esaminiamo la cosiddetta "guerra delle banane" tra Europa e Stati Uniti. Attraverso un complicato sistema di quote preferenziali, l’Europa favorisce l’importazione di banane dalle sue ex-colonie africane, caraibiche e dell’area del Pacifico, penalizzando quelle di altri paesi, soggetti a influenza statunitense. In nome della libertà dei commerci (e dei propri interessi), gli Stati Uniti iniziarono un’azione legale contro l’Unione Europea do fronte alla WTO che, nell’aprile 1999, stabilì che il sistema di importazioni dell’Unione Europea costituiva un’ingiusta discriminazione contro le esportazioni di banane di alcuni paesi latino-americani. Gli Stati Uniti furono così autorizzati ad applicare sanzioni commerciali contro certe categorie di prodotti europei fino a raggiungere un totale prestabilito.

Gran parte delle controversie finiscono così, con un pronunciamento su una controversia commerciale. Una parte degli oppositori della WTO critica la scarsa trasparenza di questo tribunale e lo considerano, probabilmente a torto, come uno strumento nelle mani delle multinazionali, anche se è sicuramente uno strumento di composizione di vertenze in cui gli stati difendono le grandi società dei loro paesi. Altri, invece, la criticano perché si limita in gran parte a questioni commerciali e non estende la sua azione ai problemi del lavoro minorile e della sicurezza antinfortunistica nel mondo.

Queste critiche, nel loro complesso, dicono sostanzialmente una cosa: ottenere nel mondo scambi privi di prevaricazioni, far girare senza posizioni di predominio e di prepotenza gli scambi del mondo è difficilissimo. La WTO, per lo meno, ci prova. E osservando l’incremento dei commerci e l’abbattimento delle tariffe, che ha consentito l’aumento del livello di vita in molti paesi dell’Asia e del Sudamerica, si può concludere che, qualche volta, ci riesce.

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NON PROFIT ORGANIZATIONS

Gli ascoltatori non se l’abbiano a male se comincio da un punto che può sembrare del tutto secondario: si dice "non" profit oppure "no" profit? In realtà, non si tratta di una domanda oziosa o pedante perché dietro a quella n si cela oceano di differenze.

CLICCA QUI PER LEGGERE UNA LISTA DI ASSOCIAZIONI INTERNAZIONALI NO PROFIT TRA LE PIU' CONOSCIUTE

In inglese, un’impresa "no profit" è un’impresa che non fa profitti; tipicamente un’impresa pubblica che produce in perdita non perché esplicitamente lo voglia ma perché non riesce a produrre utili. Al contrario, un’impresa, o un’organizzazione "non profit", non ha lo scopo di fare profitti. Secondo la dizione italiana, si tratta di un’organizzazione "senza scopo di lucro"; se quest’organizzazione è un’impresa, questo non vuol dire che lavori in perdita ma che fa profitti, se li fa, in maniera accidentale o occasionale.

Ebbene, il capitalismo degli ultimi due decenni ha visto fiorire questo stranissimo fenomeno: nel bel mezzo di società avanzate, votate al profitto, c’è un nucleo, neppure tanto piccolo, di organizzazioni senza fini di lucro, di imprese, attività che il profitto non lo vogliono fare. E il fenomeno è maggiormente sviluppato in America, ossia proprio là dove il profitto è maggiormente rispettato, quasi venerato. Basti pensare a questo episodio; il 17 settembre del 1997, Ted Turner, fondatore e amministratore delegato della potentissima catena televisiva CNN, si impegnò a donbare personalmente alle Nazioni Unite la somma di 100 milioni di dollari l’anno (circa duemila miliardi di lire) per dieci anni. Turner, tra l’altro, protestava così contro l’opposizione del Congresso all’aumento dei fondi alle stesse Nazioni Unite.

Sotto il nome di organizzazioni non profit si raccolgono le attività più disparate. C’è un "volontariato del lavoro", basato sull’attività degli aderenti ad associazioni che aiutano i malati, i carcerati, che tengono aperti i musei; ma c’è anche, come si è visto dall’esempio di sopra, un "volontariato del capitale" rappresentato da finanziamenti a musei e università, fondazioni per la vaccinazione dei bambini poveri, come quella del miliardario George Soros, o per progetti di ricerca scientifica; ci sono iniziative rivolte a tutti e iniziative riservati a soci per gestire un’attività di svago; ci sono iniziative religiose e laiche, politiche, sportive, artistiche o semplicemente stravaganti.

Contrariamente a quanto molti si aspetterebbero, le organizzazioni non profit sono più forti negli Stati Uniti, dove danno origine a oltre il 7 per cento del prodotto lordo e danno lavoro a un americano su quindici. Al di là delle occupazioni retribuite da queste organizzazioni, un paio di milioni di americani presta gratuitamente qualche ora di servizio tutte le settimane nei musei.

In Italia, secondo varie stime, le non profit organizations incidono per il 2-3 per cento sul prodotto lordo. L’Italia è così un po’ inferiore alla media europea ma sta recuperando rapidamente. In Italia, il volontariato del lavoro prevale largamente sul volontariato del capitale; spesso si sostituisce così qualche servizio pubblico carente, specie in campo sanitario. Spesso nelle organizzazioni di volontariato troviamo pensionati in età ancora giovanile.

Da tutto ciò si può trarre una conclusione: che le società umane hanno bisogno di atti gratuiti. Per il denaro, disse una volta un miliardario americano, dopo averlo guadagnato la seconda soddisfazione è di regalarlo; forse anche per il lavoro c’è una soddisfazione analoga. La dimensione del regalo si unisce sovente a quella dell’impegno per una causa nel restituire profondità alla vita.

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