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LE
PAROLE NUOVE: 3.0
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| GEOPOLITICA |
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La definizione è semplice, o così pare. Antipolitica, tutto ciò che è contro la politica. Tutto quello che vi si oppone. E proprio per questo, non lo è. E’ fuori dal territorio della politica. E se la politica è “l’umana coesistenza considerata dal punto di vista delle modalità di organizzazione di un coerente e stabile potere” – secondo la definizione della nuova Enciclopedia del pensiero politico (Laterza)-, ne discenderebbe che antipolitica è tutto ciò che si oppone alle forme di organizzazione del potere. Ma questo riconduce direttamente alle forme classiche della protesta, dell’opposizione. Del tutto interne alla politica fin qui conosciuta, compreso il passaggio da forme autoritarie alla democrazia. Antipolitica mette dunque alla prova il linguaggio della politica, ne segnala il limite. Si rivela per quello che è, una parola della crisi della politica. Per poter dire che cosa è l’antipolitica, bisogna uscire infatti dalla sfera politica. Bisogna raccontare i fatti che hanno dato origine a questa parola e che ancora le danno senso. Antipolitica è un concetto di confine. O forse meglio non ha confini. Perché mette in discussione la politica come tutto, il suo universo in cui linguaggio e realtà sono la stessa cosa. E’ dal punto di vista dell’antipolitica che destra e sinistra, la bipartizione cardine delll’universo politico, vengono a coincidere. Si potrebbe dire anzi, assumendo questa logica, che chiunque dica che destra e sinistra sono la stessa cosa, fa antipolitica. In questo senso è comprensibile la definizione, diffusa tra gli studiosi della politica, di antipolitica come moderno populismo. Sarebbe il modo sofisticato per dire l’opinione corrente: “sono tutti uguali, destra e sinistra, governo e opposizione” Tutti uguali, è evidente, perché sono tutti ladri o, nella versione migliore, “pensano agli affari loro”. Che non sono, è sicuro, i miei. I nostri. Perché la politica è a parte, non ha che fare con la vita. La nostra, della gente. Dei cittadini, se si mantiene qualche interesse alla convivenza organizzata. Antipolitica, è evidente, è il rovesciamento del mito della politica, la politica che dava sostanza all’esistenza di tutti, anche a quella di chi se ne teneva alla larga, La crisi della politica ha messo in discussione l’intera forma della organizzazione, arrivando a toccare da vicino la sua origine, cioè “l’umana coesistenza”. .Parole che descrivono perfettamente la vicenda italiana dell’ultimo decennio. La rivoluzione italiana, tangentopoli, sono avvenuti all’insegna dell’antipolitica. Un sistema: partiti, istituzioni, gestione del potere, è stato messo sotto accusa. Non a caso sono emersi come protagonisti figure dell’antipolotica. Come Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi. Il magistrato contadino, voce della vera vita, e l’industrialeche mette a disposizione il vero sapere( del potere). Entrambi imputati di populismo. Gli analoghi e differenti percorsi dentro la politica rendono chiaro quale sia oggi la dinamica poltica-antipolitica. La difficile collocazione di Di Pietro nel centro sinistra, in perenne tensione, proprio per la necessità di tenere vivi i valori dell’antipoltica. Forza Italia, il partito di Silvio Berslusconi, oggi pienamente integrato nella politica, ma che si alimmenta dell’antipolitica. Basti pensare alla crociera, richiamo alla vita e ai piaceri fuori della politica, usata come propaganda elettorale in occasioe delle recenti elezioni regionali . Ma sarebbe troppo facileo sostenere che l’antitipoltica sia la destra e la politica la sinistra. Come si tende a pensare a sinistra. L’antipolitica è pervasiva. Ecco un esempio recente. Berlusconi che critica il tecnico della nazionale di calcio Zoff è un bell’episodio di antipolitica. Ma anche il putiferio che si scatena, l’indignazione della sinistra. Tutte le parti hanno alimentato con bella foga l’antipolitica, riconducendosia al livello di tutti, della gente, delle passioni comuni. Ma non per questo rilegittimando la politica. Altretanto miope sarebbe pensare che si tratti di un fenomeno italiano. Il massimo episodio di antipolitica è stato il caso Lewinski. Un’accusa di corruzione fondata sul sesso e non soldi. Che il procuratore Starr non sia riuscito nell’intento di destituire il presidente Clinton, non significa che l’antipolitica sia stata messa ai margini. La spoliciticizzazione, causa/effetto dell’antipolitica, è galoppante. Chi è al potere, la politica, fa gli affari suoi. Come da testimonianza. | torna all'indice | Che comunità riguardi lo stare insieme degli umani, è quasi intuitivo. Ma non tutte le forme di vita associata sono comunità. Comunità fa pensare a un legame: di affetti, di lingua, di beni anche, ma non necessariamente, fondato sulla coesione. Comunità è fuori della sfera politica, e nello stesso tempo ne è un fondamento. Nonostante la stessa radice non coincide con comunismo. Comunitarismo invece è l’ideologia delle comunità, assunta come forma base della politica. Cristalizzata, immobile. Decisamente in tensione, quando non si tratti di conflitto dichiarato, con comunità è il singolo, l’individuo. Soprattutto oggi, che qualunque forma di legame sociale è perlomeno sospetta. Parola, concetto antico, comunità è dunque una figura chiave della crisi contemporanea della politica. In questo senso è una parola nuova. In una doppia direzione. Quella chiusa in se stessa, senza relazioni e scambi. Nostalgica, chiusa, da collegare a etnia, a famiglia, alla “piccola”comunità locale. E’ l’appartenenza, è il radicamento senza differenza, fra “identici”. E’ il fondamento dell’Europa dele regioni che propugna Haider – ma anche Bossi. Contradditoria, eppure coesistente -e qui è la sua contemporaneità- con il dominio dei mercati. Non occorre andare molto lontano per rendersene conto. Basti pensare alla chiusura delle frontiere agli immigrati, su basi “comunitarie”, e alle opposte ragioni dell’industria, che infatti alimentano l’immigrazione clandestina, ovvero uno dei massimi tabù della politica contemporanea.-.E’ il piccolo, il chiuso, contro il vasto, l’aperto. Pur ammantandosi di antico, anche questa versione di comunità è nuova di zecca, si rifà a tradizioni mai esistite. Esemplare la mitologia del fiume Po, propugnata dal leader della lega Nord Umberto Bossi. Ma comunità oggi si presenta anche un’altra forma, Aperta, ampia, vasta quanto questa è chiusa e territoriale. Insomma la comunità virtuale, quella che prende forma su Internet. Non c‘è nessuno degli elementi costitutivi: spazio, origine, lingua. Però c’è il munus (comunità viene dal latino “cum munus”- cioè con, insieme, e dono) ovvero il legame reciproco che non ha fondamento economico. Non si sta parlando qui della rete come l’enorme negozio mondiale che i diversi interessi economici puntano a realizzare. Per fortuna la comunicazione bidirezionale, in cui non esiste una posizione passiva, di puro ricevitore, come è per la radio e la tv, è tuttora attiva. Mette insieme per elezione, per scelta, è uno formidabile strumento contro qualunque chiusura, supera perfino gli ostacoli della diversità dei fusi orari. La comunità virtuale si crea sulla base di pratiche. Che possono dare vita, hanno dato vita, a forme inedite di azione politica. Che diventa realtà, non vive cioè solo dentro il mondo virtuale della rete, ma agisce nel mondo reale. Come è avvenuto per Seattle, alla fine del ’99, in occasione della conferenza del Wto. Si sono trovati insieme mondi molti diversi, dai consumeristi ai veteromarxisti. Che difficilmente sarebbero entrati in contatto, e avrebbero trovato un’intesa al di fuori della rete. Immaginare la rete come una comunità omogenea è sicuramente un’ingenuità, con molti antidoti; basti pensare ai pedofili o ai problemi di sicurezza. Però indubbiamente cambia compleamente l’idea di comunità, E' impossibile quantificare quanti partecipanti i cerchi concentrici della"lunga discussione" intorno Wto abbiano toccato nei tre anni preparatori. Di sicuro dietro ai 50mila effettivamente convenuti a Seattle (stima della polizia di Seattle, secondo gli organizzatori la cifra autentica sale a 85mila) se ne possono contare almeno dieci o cento volte tanti (che peraltro sono contemporaneamente scesi a manifestare nei giorni del Wto in numerose città dei paesi industriali). La politica tradizionale, in piena crisi,. non ha ancora capito la portata del mutamento. Cambia, per esempio, il modo delle decisioni. Si profila un forma di democrazia finora ignota, particolarmente in sintonia con tutte quelle forme di politica che puntano al controllo dal basso. Il minimalismo di gruppi di esperienza, piccole comunità, attraverso la rete entrano in relazioni universali, o se si vuole, globali. Convivono due livelli. A misura ravvicinata, umana, e a misura del pianeta. Comunità locale e comunità globale, in relazione costante e aperta. Per riprendere una definizione di Noam Chomski, la base della nuova “società civile internazionale”. | torna all'indice | Per la maggior parte degli italiani era una parola esotica, conosciuta soprattutto perché nei film americani e nei libri gialli spesso si ha a che fare l’Fbi, la polizia federale. Sono stati necessari la nascita della Lega Nord, agli inizi degli novanta, la tenacia politica di Umberto Bossi, le elaborazioni spericolate di Gianfranco Miglio, perché ritornasse in primo piano la discussione sul federalismo. Ovvero la forma di organizzazione politica che unisce Stati separati in un sistema, lo stato federale, che li comprende; in modo che ciascuno mantenga l’integrità politica fondamentale. Nello stato federale infatti l’accento è sull’autonomia e la pluralità. Il potere, invece di essere centrale, è suddiviso in più centri. Ogni stato gode infatti di ampia autonomia legislativa, salvo per quanto riguarda i punti concordemente stabiliti. Caso classico è la difesa e la politica estera. Nello stato federale esistono sempre linee dirette di comunicazione con i cittadini: l’elezione di un Parlamento, del capo del governo e/o dello Stato, a seconda delle diverse costituzioni. Il potere centrale quindi si legittima attraverso il consenso popolare, in contrappeso con il potere dei singoli stati, costruito altrettanto democraticamente. Anzi, la forma federale è ritenuta la più democratica possibile, come risultò nel dibattito che accompagnò la fondazione degli Stati Unitid’America, il primo stato federale dell’epoca moderna. Eppure in Italia l’idea federalista non era nuova, anzi, ha segnato le origini dello stato unitario. In sintonia con il dibattito attuale non sono tanto le proposte di Vincenzo Gioberti, che assegnava al papa il compito di governare gli stati federati. O quella di Felice Balbo che più coerentemente collocava nella stessa posizione il re. Fu Carlo Cattaneo, fondatore de Il Politcnico e protagonista delle cinque giornate di Milano del 1848,a farsi promotore di un federalismo repubblicano, rispettoso delle autonomie locali e della vita di un pluralismo di comunità , per un’effettiva divisione del potere.. Da allora il silenzio. Lo stato italiano adottò una struttura fortemente centralizzata, ispirata al modello napoleonico. E non solo tacque il fascismo, come è ovvio, ma anche per tutto il dopo guerra il federalismo rimase un’idea lontana, cara soprattutto alla pattuglia degli europeisti. Le Regioni, previste dalla Costituzione italiana e diventate realtà istituzionale negli anni settanta, non mettono in discussione l’assetto centralizzato dello stato. Ecco allora la scoperta degli anni novanta. Gli italiani non vogliono più stare insieme; perlomeno non nelle forme che conoscono. Si fa strada, cioè un’istanza di potere locale, interpretate all’inizio esclusivamente dalla Lega Nord. Più o meno contemporaneamente emerge in primo piano la realtà dell’Unione Europea, e la sua istanza di potere sovranazionale. Rapidamente il federalismo diventa il capitolo centrale dell’agenda politica del governo e dei partiti. E altrettanto rapidamente ne esce. Non si possono qui seguire le evoluzioni della cronaca politica. Basti ricordare l’elezione diretta dei sindaci, che crea per la prima volta un vero potere locale, con notevoli conseguenze nella scena istituzionale e politica. E la fallimentare Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, che iniziò i lavori il 26 gennaio del 1998 per concluderli il 1 giugno dello stesso anno con un nulla di fatto. Uno dei nodi da sciogliere, anzi il nodo, era proprio la forma dello stato. Federale o non? Anche il punto più noto e mai risolto, la scelta sull’elezione diretta del capo del governo e/o del capo dello stato, ha senso solo in questa prospettiva. Un nuovo silenzio, dunque. Miope, verrebbe da dire. Perché il federalismo, l’idea del federalismo, ha messo in moto movimenti insospettabili, ben lontani dalla iniziale caratterizzazione localista. Esperienze locali, terzo settore, volontariato, associazioni, attratti da una forma di potere diffuso e democratico. Un’interessante prospettiva di fronte al venire meno dello stato- nazione, una prospettiva che può ridare senso alla politica. Mentre si consuma un paradosso, non solo logico, ma concreto, difficile da sciogliere, quello dell’Unione europea. Potenziale stato federale: la sua creazione va nella direzione di un depotenziamento degli stati nazionali. Il potere della commissione attuale viene però percepito da tutti, non solo dai governanti, dal ceto politico,ma anche dai cittadini, come un odioso potere centrale, che distrugge le autonomie. E gli stati si comportano come le comunità locali. Per difendere formaggi, coltivazioni. Produzioni, ma anche gusti, identità insomma. Un innesco pericoloso con l’Europa delle Regioni, quella di Haider, il leader della destra Austriaca, fondata su etnia e appartenenza. Insomma il federalismo è un capitolo aperto. | torna all'indice | Che strano insieme di parole si è introdotto nella politica –e nella vita quotidiana- in questi anni. Finanza etica. Più che una definizione, sembra sia necessaria una spiegazione. Come è possibile che “l’attività per il reperimento dei mezzi e l’impiego di essi in imprese economiche” –come recita il vocabolario. O detto più terra terra, “tutto ciò che ha che fare con il denaro, reperimento e moltiplicazione” – possa essere associato all’etica?. Cioè a un comportamento regolato su principi di rispetto per l’esistenza altrui? Insomma, può la finanza andare contro la logica del profitto per il profitto? .L’origine di questo paradosso logico si trova nell’iniziativa di un gruppo olandese, Sos. Nell’ormai lontano 1967, consapevole di non potere in nessun modo modificare i meccanismi del commercio internazionale, cercò la via migliore per offrire un aiuto concreto ai contadini dell’America Latina con cui era entrato in contatto. E la soluzione fu di comprare il caffè da loro prodotto a prezzi dignitosi, al contrario delle logiche di mercato e speculative che puntavano allora come oggi a tenere il prezzo a livelli infimi. Partì così un ‘attività che prevedeva la costituzione di una cooperativa di importazione in Olanda, e un aiuto ai contadini per permettere l’esportazione. Fu la creazione di un nuovo modello commerciale, con notevoli possibilità di cambiamento e sviluppo. Che oggi noi conosciamo come commercio equo e solidale. Un’esperienza che negli ultimi anni anche in Italia, ha avuto un’ incredibile moltiplicazione. Per capire meglio ecco un’auto definizione, presa dalla carta dei diritti del Cesv (commercio equo e solidale): “Il Commercio Equo e Solidale e' un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l'ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l'educazione, l'informazione e l'azione politica. Il Commercio Equo e Solidale e' una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo ( i negozi dove vengono venduti questi prodotti), importatori e consumatori”. Il commercio equo e solidale, naturalmente, non esaurisce la sfera della finanza etica. I produttori, contadini, artigiani, hanno bisogno di sostegno, di finanziamenti. Son quindi state fondate “banche etiche” che hanno come scopo sociale il finanziamento di attività che abbiano le caratteristiche di economia solidale. Ma la prospettiva si allarga. Finanza etica sono anche le forme di microcredito inventate e praticate dalla Grameen Bank, fondata da Muhammad Yanus nel suo paese, il Bangladesh. Una banca che presta denaro, pochissimo e a tassi minimi, solo ai poverissimi, in maggioranza donne. Offrendo la possibilità a chi non aveva credito dalle banche di sottrarsi all’usura. Creando conidizioni di vita dignitosa per sé e i propri figli. Forme, il commercio equo e solidale, la Grameen Bank, che sono state assunte come modello dalle numerose agenzie internazionali che si occupano di sviluppo. Oltre che dalle organizzzazioni non governative. Finanza etica è ciò che si colloca tra Stato e mercato. In senso ampio viene a indicare quello che viene definito il terzo settore, il non profit. E si apre qui un file ancora più ampio, visto il peso che queste attività hanno ormai nel bilancio degli stati. In Italia, l’ultima arrivata, si tratta comunque del 2,1% del prodotto nazionale lordo. Negli Usa, dove esistono 1,4 milioni di organizzazioni non profit, si arriva al 6,3% del Pil. Per rimanere al nostro dizionario, va sottolineato che finanza etica è un concetto mobile, una costellazione di parole. Descrive azioni non neutre, che intendono cambiare il contesto, il mondo in cui operano. Azioni economiche, senza dubbio, ma portatrici di etica e soprattutto di politica. In forme inedite, rispetto alla tradizione del novecento. Va comunque registrato, per indicare l’ampiezza delconcetto e il cammino delle parole, che sempre più spesso sono denominate azioni di finanza etica le nuove forme di “charity”, beneficenza mirata. Capitalisti ultramiliardari che non si limitano a donare fondi, ma finanziano progetti di sviluppo Replicando così le attività non profit. | torna all'indice | Non è difficile definire geopolitica. Geo, cioè terra, e politica. La politica della terra, o forse meglio, terra della politica, non è la definizione corrente. C’è un rischio di definizione orecchiata, da etimologia semplicistica, se non proprio popolare. Questa espressione può richiamare le politiche agricole oppure risuonare di echi ecologici. Eppure la forza di questa area di saperi, di questa forma di ragionamento, come viene oggi definita la geopolitica -che ha abbandonato la pretesa di essere scienza, quindi esatta-, è proprio il considerare la terra, nella sua materialità. Nel concreto senso del rapporto fra territori, spazi. E darle spazio, è proprio il caso di dirlo, nel fin troppo astratto territorio della politica. A tutti i livelli: quello minimo, del tutto locale, fino alle dimensioni planetarie. Una parola e un concetto, geopolitica, dal passato ingombrante, da dimenticare. La geopolitica, anzi Geopolitik, fu in Germania tra le due guerre un solido appoggio per il nazismo. La storia universale si spiegava e piegava nelle leggi universali. In nome della teoria dello spazio vitale il regime giustificò le proprie mire espansionistiche. Ma non è stato solo il discredito delle teoria a mettere in ombra le interpretazioni geopolitiche nel secondo dopoguerra. La stessa guerra fredda, a ben vedere un gigantesco conflitto di portata planetaria, appunto, totalmente leggibile in chiave geopolitica, -e del resto corredata di un vocabolario adeguato: sfere d’influenza, equilibri tra le potenze- è stato rappresentata e conosciuta come un conflitto tra sistemi e concezioni politiche, più che un conflitto di territori. Libertà contro comunismo. E’ vero, Occidente contro Oriente. Ma anche la geografia scolorava nelle idee. Si potrebbe dire che i tedeschi dell’est che nel novembre del 1989 cominciarono a passare in massa dall’altra parte, non solo provocarono la caduta del muro di Berlino, e il crollo dell’intero sistema dei paesi socialisti, ma di fatto misero in atto uno squisito gesto geopolitico. Il loro fu un esodo: non un movimento di idee, ma di umani, che concretamente si spostavano su un territorio, attraversando e distruggendo confini. Geopolitica ha sempre a che fare con confini e territori. Fu l’annuncio, e insieme l’atto istitutivo di quanto sarebbe avvenuto a breve. Nessuno dei confini conosciuti era più certo. Né interni né esterni. Sicuramente nei territori dell’ex-unione Sovietica, ma non solo. Una riconsiderazione della lettura geopolitica era del resto avvenuta un decennio prima, tra il ’78 e il ‘ 79, in occasione della guerra del Vietnam contro la Cambogia e poi la Cina. Tutti paesi socialisti. In guerra per ragioni della terra, del terittorio, e non delle idee. Ecco, la guerra. E’ stata la vicenda dell’ex-Jugoslavia che ha obbligato ciascuno a confrontarsi con il significato stretto di geopolitica. Una terra che non trova una forma condivisibile, in cui la politica ricomprenda le ragioni del territorio. Una terra che si divide in pezzi sempre più piccoli, in costante conflitto tra loro, per pure ragioni politiche. Laboratorio orribile delle nuove idee regionalistiche circolano oggi in Europa: locale, autonomia, etnia, appartenza religiosa come cemento di identità locale. E non solo, se si pensa ai conflitti dell’area subasiatica e alla stessa India. Un intero vocabolario politico da declinare. Assedi, enclaves, deportazioni di popolazione, cancellazione di paesi, cambiamento di nomi, per rimanere alla geopolitica. Parole che hanno riportato alla seconda guerra mondiale, alle conseguenze dell’ assetto della guerra. E hanno costretto le generazioni nate dopo il ’45 a prendere in considerazione che il mondo da loro conosciuto celava un passato fini troppo ignoto. Per rimanere in un’ottica italiana: chi sono gli abitanti dell’Istria? Irriducibili nostalgici del fascismo, nazionalisti senza speranza, o abitanti di un territorio di una particolare lingua e cultura? Una questione politica ne nasconde una territoriale, e viceversa. Tra i saperi che si rifanno alla geopolitica, fondamentale è la rappresentazione che il territorio (la popolazione, gli abitanti) ha di se stesso. In questa chiave la geopolitica non è solo uno strumento di conoscenza per gli analisti, ma un’occasone di formazione per tutti. Quanto più si conosce la mappa, tanto più se ne conoscono le forme, la specificità. Tanto più si accetta quella particolare forma, gli incastri con altre. Passando e ripassando, mentalmente e di fatto, i confini. | torna all'indice |
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