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Qualche
riflessione dell'autore
Raccontare
una storia della televisione per quanto possibile completa,
capace di parlare alla memoria dei tanti che l'hanno personalmente
vissuta per intero o quasi, e di farsi capire da chi è arrivato
dopo. Raccontare questa storia alla radio, cioè con
un mezzo nettamente diverso, se non altro perché privo delle
immagini, anche se alla televisione la radio è strettamente
apparentato, sul piano della storia (in quanto è dalle reti
radiofoniche che discendono quelle televisive, ed è nella
radio che è nato il sistema dei generi che ha guidato la
TV) come su quello delle modalità di fruizione: è
la radio il primo mass medium domestico, ed è questo
mezzo che ha generato l'idea stessa di palinsesto. Fare tutto questo
sperimentando un modello di trasmissione, un format, nuovo
per il nostro gruppo e piuttosto nuovo anche per la stessa rete
radiofonica. Sono tre sfide diverse, tutte difficili e tutte assai
suggestive, che il gruppo con il quale ho avuto il grande piacere
di lavorare in questi mesi si è trovato ad affrontare insieme
nel realizzare Storia del tubo.
Il
titolo -va ricordato- fa riferimento e rende omaggio alla tecnologia-base
del linguaggio televisivo (e di tutta la comunicazione elettronica),
il tubo catodico; ma vuole anche scherzare con l'idea diffusa che
quella della televisione sia alla fin fine una storia minore. Perché
la televisione, così invadente e insieme così domestica,
umile come un utensile sempre a disposizione e potente come una
tra le maggiori istituzioni della vita pubblica, è il "gigante
timido" secondo la definizione tanto amata da McLuhan; risulta
sempre difficile da collocare al suo giusto posto, e oscilla tra
sfera pubblica e vita privata, tra le buone cose di pessimo gusto
e i vertici dello Stato.
Come
abbiamo affrontato queste sfide? Prima di tutto, abbiamo scelto
di tracciare una storia italiana, perché la TV è
un medium fortemente nazionale, forse il più intrinsecamente
nazionale che sia stato finora introdotto; ma una storia sempre
aperta, per quanto possibile, a confronti e connessioni, perché
la TV si è sviluppata anche nella circolazione, di idee e
di linguaggi, tra gli USA e l'Europa e tra i diversi paesi europei,
e perché non è casuale che l'età della televisione
abbia coinciso con i processi che oggi si tende a chiamare di "globalizzazione".
E abbiamo scelto di raccontare per quanto possibile una storia
totale, di programmi e di imprese, di cose viste e di apparati
meno visibili, di soldi e di idee, di potere e di gruppi creativi,
perché la televisione non può essere capita davvero
se non si prova a tenere conto di questi diversi aspetti, e di come
si condizionano a vicenda. Siamo stati aiutati in questo da un ricco
archivio di documenti, e da alcuni testimoni d'eccezione.
Li abbiamo scelti tra coloro che questa storia l'hanno fatta da
protagonisti, e che hanno maturato negli anni originali riflessioni
e punti di vista: Luigi Mattucci, presidente di RAI Sat, docente
universitario, e dirigente della RAI per lunghi anni; Giovanni Cesareo,
per decenni critico televisivo e uno degli intellettuali che più
hanno contribuito al dibattito sulla TV in Italia; Bruno Gambarotta,
una vita in RAI, oggi critico della radio e commentatore acuto della
comunicazione e del costume; Peppo Sacchi, che con l'invenzione
di Telebiella ha avviato nei primi anni Settanta il processo che
avrebbe portato al crollo del monopolio. Le loro parole, i documenti
di archivio, il filo del discorso narrativo, si sono intrecciati
per seguire le tappe cronologiche di una vicenda complessa e spesso
dimenticata e soprattutto per aiutare l'ascoltatore a collocare
la televisione nella storia, a leggere le vicende di questo
mezzo come una parte non secondaria delle grandi trasformazioni
che hanno accompagnato il dopoguerra; e insieme per dare un contesto
e un quadro di riferimento ai tanti ricordi personali coi
quali, per ciascuno di noi, questa storia è collegata.
La
storia della televisione è troppo intimamente parte della
vita vissuta di tutti per potere essere "spiegata" come
si farebbe con la storia di un paese straniero; va argomentata,
evocata, continuamente discussa, per fare emergere alla coscienza
molte cose che l'ascoltatore sa ma non sa di sapere; per aiutarlo
a ripensare criticamente la vicenda non solo nazionale di questi
decenni. Ne emerge così, gradualmente, un quadro abbastanza
coerente, fatto di tante storie di persone e di programmi in parte
dimenticati ma segnato anche da alcuni grandi processi unificanti:
in gran parte del mondo, e forse soprattutto in Italia, la televisione
ha dato forma a tutte le tappe della modernizzazione, e insieme
ha avuto la funzione di rassicurare, con la sua tranquillizzante
familiarità, sugli effetti di trasformazioni -nei costumi,
nella tecnologia, nell'organizzazione economica - che altrimenti
sarebbero potute apparire traumatiche.
La
radio è, per narrare questa vicenda, uno strumento eccezionale.
Con il raccontare la storia della televisione in forma solamente
acustica si stabilisce, evidentemente, uno scarto in quanto comporta
inevitabilmente la soppressione di una componente, l'immagine, che
siamo abituati a considerare essenziale nella comunicazione elettronica.
Ma questo scarto può avere la funzione di attirare l'attenzione
sul flusso, che rischia altrimenti di scorrere con eccessiva
naturalezza, come un succedersi di cose già viste. Anche
perché la televisione è audio almeno quanto è
visiva, probabilmente di più: in molti momenti della giornata
"seguiamo" i suoi spettacoli e le sue informazioni solo
con le orecchie, mentre gli occhi sono impegnati altrove. La radio,
mettendo in evidenza la televisione come esperienza strettamente
sonora, ci ricorda quanto la nostra fruizione di quel mezzo sia
affidata all'ascolto più che allo sguardo. E l'audio, più
del video, permette di giocare con la memoria: un'immagine
che non vedevamo da tempo, quando compare ci desta un senso di riconoscimento;
un suono o un motivo che ci eravamo dimenticati di ricordare, quando
riappaiono ci danno qualcosa di più, l'impressione sia pure
effimera di un salto nel tempo. Non era nostro fine il gioco dell'
"amarcord" in sé, che può apparire futile;
ma ricordare che la storia della televisione è un terreno
dove la memoria collettiva e quella privata si incontrano di continuo;
e stimolare i ricordi del pubblico per favorire la curiosità,
per dare un senso ulteriore al racconto.
Il
modello narrativo che ci è stato proposto da Radio3
RAI ha costituito un'ulteriore e difficile sfida: suddividere il
flusso, è il caso di dirlo, in molti segmenti diversi, concatenati
ma potenzialmente indipendenti tra loro; proporre un racconto capace
di evitare le ripetizioni per chi volesse seguirlo tutto ma capace
di dire qualcosa anche
a chi potesse o volesse restare con noi anche solo per pochi minuti.
Ci muovevamo su un terreno abbastanza
nuovo non solo per noi. Posso solo aggiungere che non avrei neppure
potuto cominciare a farlo senza il clima di amicizia che nel gruppo
di lavoro si è respirato fin dai primi giorni; senza la grande
competenza e le tante idee del regista
Raffaele Palumbo, senza le ricerche mirate e altamente
produttive, ma soprattutto i suggerimenti e le critiche di Maria
Teresa Di Marco e Paola Valentini; e senza la collaborazione di
una struttura produttiva straordinaria come quella della sede RAI
fiorentina, con il suo patrimonio di tecnica e professionalità
di cui Andrea Del Lungo ci ha dato giorno dopo giorno i frutti;
e senza il costante incoraggiamento di Sergio Valzania, di Daniela
Recine, di Rossella Panarese, e della direttrice delle Teche, Barbara
Scaramucci: che ci hanno sempre fatto sentire quanto la RAI tenesse
a questo progetto, e non ci hanno mai fatto mancare aiuto e stimolo
critico.
Peppino
Ortoleva
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