Riflessioni sulla musica, Giovanni Bellucci seconda parte
Le trascrizioni di Liszt
La versione pianistica della Sinfonia n.7 non presenta molte analogie stilistiche con la precedente partition de piano di Liszt del 1833, quella della Sinfonia Fantastica di Berlioz. Si tratta di due trascrizioni dalle caratteristiche diverse che rispondono a due differenti approcci musicali, lavori che appartengono ad epoche diverse. Le trascrizioni maturate durante il periodo di Weimar, nel momento in cui Liszt diventa un compositore di grande consapevolezza intellettuale e che opera un ripensamento delle sue opere giovanili, sono diverse da quelle messe a punto nel periodo contraddistinto dalla frenetica attività di virtuoso. Non perché gli arrangiamenti o rielaborazioni precedenti fossero, come nel caso della Sinfonia Fantastica di Berlioz, stilisticamente indefiniti, tuttaltro, ma perché certamente risentivano di una ridondanza, di una eccessività a volte, tipiche di un giovane pianista che viveva in un epoca in cui dominava il Biedermeier. Il virtuosismo Biedermeier presupponeva un'invadenza delle figurazioni acrobatiche nella scrittura pianistica alla quale Liszt non sapeva ancora sottrarsi. Ma l'aspetto che a mio avviso bisogna sottolineare, e che è alla base del diverso esito delle trascrizioni di Liszt delle Sinfonie beethoveniane è che il Beethoven sinfonista è un pianista che compone per l'orchestra, e la sua partitura sinfonica è la conseguenza del pensiero di colui che ha immaginato alla tastiera le sue composizioni. In Berlioz il pensiero sinfonico non si rifà assolutamente alla tastiera pianistica, tant'è vero che molto difficile riportare all'ordine, nell'ambito di ciò che due mani possono fisicamente realizzare, la sua scrittura orchestrale: Berlioz pensa ad ogni strumento secondo la sua specificità virtuosistica, e questo lo porta ad anticipare profeticamente il mondo sonoro dell'orchestra del primo '900. Parigi è stata il teatro dei due eventi salienti, direi due eventi choc nella storia della musica sinfonica: nel 1830, con la Sinfonia Fantastica di Berlioz, e nel 1913 con la Sagra della Primavera di Stravinskij. Due opere sconvolgenti, permeate da una materialità quasi brutale nella concezione, e generate da un'idea astratta assolutamente lontana dalle peculiarità del suono pianistico. Eppure queste due opere hanno trovato una loro vita autonoma e parallela nella loro versione pianistica, realizzata dall'autore nel caso della Sagra. L'operazione di Liszt nei confronti dell'originale berlioziano è veramente utopica, ed è tanto più sorprendente perché produce un effetto, alla realizzazione pianistica, che diventa il compendio dell'esperienza di ascolto della versione orchestrale. Mentre per Beethoven si tratta di eseguire l'opera in modo da non tradirne i delicati equilibri architettonici, nel caso di Berlioz abbiamo due sinfonie fantastiche, quella orchestrale del francese, e quella pianistica dell'ungherese, una composizione autonoma rispetto all'originale, e che non può essere intesa che come tale.